STORIE – Trattoria con vista. Un golfo per Francesco Macedonio

Non è la stessa notorietà che hanno avuto – mettiamo – Harold Pinter, oppure Milva, o alcuni degli altri artisti protagonisti di STORIE, i miei Incontri con uomini e donne straordinari (ne trovate in questo blog almeno una dozzina, qui oppure qui).

Ma per me, e per molti di quelli che leggeranno questo post, il nome di Francesco Macedonio è altrettanto importante. Più importante, anzi.

Francesco Macedonio
Francesco Macedonio

Perché quassù a Nordest, il regista Francesco Macedonio è stato generatore di una svolta e poi punto fermo del teatro che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni.

Il teatro delle lingue

Mi spiego. Per quella che è stata, nel tempo, la storia d’Italia, ci sono città che anche a teatro hanno dato dignità alta e alta rilevanza alla loro lingua – o se volete, al loro dialetto – anche a teatro: Venezia, Napoli. Pure Palermo, e più in generale la Sicilia. È superfluo che vi dica perché, o che vi elenchi gli autori: è una cosa che fa parte del dna culturale della nazione.

Altre città, come Firenze, Bologna, Genova, Bari, che pure hanno coltivato le loro lingue – o se volete dialetti – non sono riuscite a costruire altrettanto forti drammaturgie. E il bolognese, il fiorentino, il genovese, il barese, le loro parlate insomma, sono rimaste di preferenza legate al teatro amatoriale, alle filodrammatiche, alle compagnie dilettanti.

Varianti adriatiche. Di terra e di mare

Francesco Macedonio, in quasi cinquant’anni di progetti teatrali e con la sua attenzione alla lingua che ancora si parla, in tante varianti, sulle coste dell’Adriatico settentrionale, nella città di Trieste, e nei dintorni, è riuscito nell’impresa di darle qualità artistica e spessore teatrale. Di farne un tramite d’arte. E ha aperto un lungo filone, che ancora adesso, a più quattro decenni dalle sue prime prove, si nutre di autori e spettatori numerosissimi.

Carpinteri e Faraguna - Le Maldobrìe

Dalle Maldobrìe (inizio anni ’70), le storie di terra e di mare, raccontate nei dialetti istro-dalmati delle coste e dei porti dell’Adriatico (autori Carpinteri & Faraguna) alla rievocazione di eventi fissati nella storia locale: A casa tra un poco (I foghisti dell Lloyd) (1976, autori Roberto Damiani e Claudio Grisancich). 

Dal sodalizio con Tullio Kezich (per un affettuosa trilogia autobiografica del critico cinematografico, nato e cresciuto a Trieste, o per curiose rivisitazioni della vita di Italo Svevo, L’ultimo carneval, anni ’90) al lavoro di memoria collettiva avviato poi con giornalisti come Roberto Curci (Sariàndole, Tramàchi) e Pierluigi Sabatti (Vola colomba). 

Francesco Macedonio e La Contrada

Attraverso la loro scrittura, e con le regie a cui Macedonio metteva mano, i dialetti dell’alto Adriatico hanno trovato una dignità teatrale e un assetto professionistico, sia presso il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, sia presso la compagnia di teatro popolare da lui stesso co-fondata, nel 1976, La Contrada.

Nel 2004, a 87 anni, Macedonio è scomparso. In quella Gorizia dov’era cresciuto e aveva sempre vissuto, a poche centinaia di metri dalla Stazione Transalpina, posta tra Italia a Slovenia e tagliata a metà, negli anni della guerra fredda, dalla Cortina di Ferro. Ma diventata ora uno dei confini più facilmente valicabili di tutta Europa.

Dieci anni dopo

Qualche sera fa, a Trieste, al Teatro Bobbio, sede della Contrada, si è voluto ricordare la poetica e la carriera di Francesco Macedonio. In una lunga serata, nella quale spezzoni video, fotografie, ricordi dei suoi interpreti, frammenti di aneddotica, hanno ridisegnato a 360 gradi la sua personalità e il suo lavoro (che non si limitava a Trieste, ma si era esteso, per esempio a Bologna).

Francesco Macedonio
Screenshot

A tanti racconti ho aggiunto anch’io un breve contributo che, tra le altre cose, rievocava questo episodio della mia, e della sua, vita. Ve lo racconto in questo nuovo capitolo di STORIE.

La collina sopra il golfo

2012, giugno mi pare. Francesco aveva appena vinto il premio teatrale Flaiano, così qualche sera dopo, decisi di festeggiare con lui, e lo portai a cena in una trattoria sul mare. Di solito, i posti dove incontrarci li sceglieva lui, nella pianura friulana, o attorno a Gorizia. Quella volta fui io a scegliere un posto, proprio quello, su una collina dell’ultima città prima del confine sloveno: Muggia. Un ristorante di pesce, con la terrazza che dall’alto spaziava su tutto il golfo di Trieste

Il golfo di Trieste, sullo sfondo il profilo delle Alpi Giulie e Carniche

Era quasi sera, guardando a Nord, oltre i cantieri Monfalcone, si potevano scorgere, chissà, Gorizia e il Collio, famoso per i vini, e ancora più in là, forse, i monti della Slovenia, verso Idria, il paesino dove lui era nato e dove aveva visto per la prima volta il cinema, proiettato su un lenzuolo. 

Se ci voltava a Sud, a riflettersi nel mare era la costa istriana, quella dei racconti di terra e di mare che lui aveva messo in fila nelle Maldobrìe. Tra Nord e Sud, nel mezzo, Trieste nella mezza luce del tramonto. La città che lo aveva fatto diventare regista. 

In cerca di un’auto

A un certo punto, puntando il dito a Nord, a Sud, dappertutto, e con un tono che voleva essere solenne, che avrebbe voluto toccargli il cuore, gli ho detto: “Cesco, questa xè tutta roba tua” (Francesco, questa è la tua storia). È rimasto pensieroso per un po’, ma non si è scomposto più di tanto. “È vero, è vero. Hai ragione” ha risposto. Fine.

Non era vero però, che non si fosse turbato. Me lo aveva nascosto. Quando siamo tornati a riprendere la sua automobile, aveva in subbuglio in testa, e non ricordava affatto dove l’aveva posteggiata. Due ore buone siamo stati, lungo i moli di Trieste, avanti e indietro, oramai nella notte, per ritrovare la vettura, sperando che il carro attrezzi non l’avesse portata via. 

Che quadretto. Che teatro. Regista e giornalista, appiedati davanti al mare, persi nella notte. In cerca, non di un autore, ma di un’auto.

Teste di legno, corpi spericolati. Il nuovo Varietà dei Piccoli di Podrecca

Potrebbe sembrare un ritaglio del secolo passato. Un’immagine sbiadita tra le memorie dei teatri. Tutt’altro. Anche nel 2023, le marionette se la passano bene. Il loro talento, le acrobazie, il ritmo dello spettacolo, acchiappano il pubblico, nonostante il mondo corra dietro a Netflix e alla realtà virtuale. Proviamo a capire perché.

Venite con me. Vediamo assieme il nuovo allestimento dei Piccoli di Podrecca.

Piccoli di Podrecca - Varietà - il ponte

Domenica mattina

La platea della domenica mattina è mista. Bambini piccolissimi, scolari saputelli, genitori a coppie, qualche singolo adulto. In altre giornate le sedie, e anche tutti i cuscini per terra, sono occupati da classi intere, di scuola elementare perlopiù. Con una grande voglia di chiacchiere e di scoperte.

Il nuovo spettacolo dei Piccoli di Podrecca si intitola Come and Go Varietà.

Dello storico e glorioso Varietà – il titolo con il quale Vittorio Podrecca e le sue “teste di legno” avevano girato il mondo intero, per treno e per nave, da Parigi a Hollywood, dalla Turchia all’Argentina – è un’edizione rimodernata, più agile, leggera, portatile. 

Piccoli di Podrecca - Varietà - toreri - ph Roberto Canziani
Varietà – Toreri spagnoli – ph Roberto Canziani

Agile, leggero, portatile

È fatta apposta per ambientarsi in spazi molto più piccoli degli enormi teatri sudamericani, delle sale londinesi e statunitensi, dove la produzione originale, cento anni fa, suscitava l’ammirazione di Diaghilev, di Eleonora Duse, di Charlie Chaplin. Persino quella di Walt Disney.

Per chi l’avesse dimenticato, bisogna in questo momento specificare che marionetta è la figura che viene mossa dall’alto, con i fili. Burattino è invece quello animato dal basso, dalla mano che infila le dita in un corpo di stracci. Povero e popolare il burattino, raffinata e tecnicamente complessa la marionetta.

Piccoli di Podrecca - Varietà - Ballerina

Intuire i segreti

Il ponte di Come and Go Varietà – il ballatoio sul quale si muovono i marionettisti – è largo meno di cinque metri. Ma va bene così. La maggior parte dei vecchi numeri delle marionette riesce ugualmente, e anzi, permette agli spettatorini delle prime file di stare più vicini al ponte e di intuire un po’ i segreti di queste figure che, mosse dai loro fili, sembrano davvero vive.

Stavolta non ci sono soltanto loro, i Piccoli. Il nuovo allestimento porta sul palco anche creature umane, quattro attrici (ma anche marionettiste) che con questi legnosi compari stringono amicizia, e insegnano loro come stare al mondo, come comportarsi davanti a un pubblico venuto là per ammirarli, e non per i loro capricci.

Il più capriccioso è Arlecchino. Appena uscito dal suo baule, dalla sacca di tela che lo custodisce nei viaggi, mostra subito quel carattere spavaldo e indolente che è tipico della più famosa maschera italiana. Cinquant’anni fa, era diventato l’ambasciatore del nostro teatro in uno dei più seguiti show televisivi americani.

Se Arlecchino ha temperamento, e ci tiene a stare e sotto i riflettori, tutti i suoi compagni d’avventura sono capaci di mostrare altrettanto ritmo, atletismo, bravura. I ballerini cubani che si esibiscono in una rumba irresistibile. Le scimmiette salterine. I dinoccolati solisti, con il frac di lustrini e il cilindro. L’equilibrista in bilico sulla palla.

Figure umane e creature animali. Di tutti i tipi e di tutti i colori. Spilungoni, nani, belle donne. Caucasici, afro-americani, mulatti. Cani e struzzi. Abituato a girare il mondo, Varietà conosceva la parola inclusività ben prima che diventasse di moda. 

Piccoli di Podrecca - Varietà - jazz

E poi ci sono i virtuosi: personaggi che strappano gridolini di ammirazione.

Il trapezista dalla pelle color cioccolata ne fa mille sulla sua corda. Numeri davvero rischiosi e spericolati. Il rischio, se sei marionetta, è che i fili si impiglino e il numero vada a farsi benedire.

Oppure il violinista, che col suo strumento coinvolge tutto il pubblico in una travolgente czarda. Chissà come fanno i suoi ciuffi a sollevarsi a ogni colpo d’archetto.

Il look smagliante del nuovo Varietà

Qualcosa mi dice che sto spoilerando un po’ troppo. Come and Go Varietà è fatto soprattutto di sorprese, e svelarle non sembra mica giusto. 

Questa nuova edizione nasce da un corso di specializzazione per marionettisti, promosso nel 2022 dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, che è anche il custode dei Piccoli di Podrecca. E che si era impegnato qualche anno fa, assieme alla cooperativa Cassiopea, in un importante lavoro di restauro.

Piccoli di Podrecca - Varietà - Violinista - ph Eugenio Spagnol
ph Eugenio Spagnol

Ne sono venuti fuori il nuovo look smagliante dei Piccoli e un’ardita schiera di giovani professionisti (anzi professioniste) a cui due marionettisti di antica scuola, Barbara Della Polla e Ennio Guerrato, hanno passato le tecniche del mestiere. Ma, rimboccate le maniche, stanno anche loro sul ponte a tendere “i fili che muovono sogni”, come diceva un antico slogan.

Le repliche 

Prossimamente, Come and Go Varietà prevede ben 10 repliche: da venerdì 17 febbraio a mercoledì 1 marzo (a volte al mattino a volte al pomeriggio). Lo spazio questa volta è la sala Rovis, nello storico edificio di via della Ginnastica a Trieste. È su parquet, dove una volta si tirava di scherma, che i Piccoli aspettano il loro pubblico: una meravigliosa invenzione, senza distinzioni, dai 3 ai 93. 

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COME AND GO – VARIETÀ
regia Barbara Della Polla e Ennio Guerrato
marionettisti Barbara Della Polla, Ennio Guerrato, Roberta Colacino, Gaia Mencagli, Giada Bigot, Silvia Ponton
produzione il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
in collaborazione con Società Ginnastica Triestina

Anatomia dell’adolescenza. Quell’anno di scuola, nel banco con Giani Stuparich

Torna in scena per qualche giorno a Trieste Quell’anno di scuola. È l’allestimento teatrale che Alessandro Marinuzzi, regista, ha tratto da un romanzo di Giani Stuparich. Le irrequietezze e i turbamenti di una generazione, ieri come oggi

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG
ph. Serena Pea (anche le seguenti)

Sono tanti i motivi che si affacciano dalle pagine di Un anno di scuola, romanzo dello scrittore triestino Giani Stuparich, pubblicato nel 1929. 

Senza nascondere la traccia autobiografica, e trasfigurandola forse solo nei nomi, Stuparich rievoca quella manciata di mesi in cui lui stesso – studente vent’anni prima dell’ultima classe di un liceo – e i suoi compagni avevano vissuto il passaggio da una agiata e tranquilla adolescenza alle responsabilità adulte.

Bildungsroman, romanzo di formazione, sarebbe la semplice formula d’inventario. Se non che, a farne un’opera davvero particolare, sono il tempo e i luoghi che inquadrano proprio “quell’anno di scuola”.

Trieste nel 1909 e l’eccitato paesaggio storico che in queste zone preparava la prima guerra mondiale si intrecciano con l’irrequietezza di ragazzi non ancora ventenni, spinti a scoprire, in tempi difficili, l’attrazione del diventare adulti e le impazienze del sesso.

Un anno di scuola è così lo studio su uno snodo di esperienze che, molto più di altre, lasciano un segno profondo per tutto il resto della vita.

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

Un nuovo respiro per Stuparich

Negli anni Settanta Franco Giraldi, regista di cinema e di televisione ne aveva tratto per la Rai un film tv in due puntate. Con un leggero scivolamento temporale – il 1909 diventava il 1914, apposta per precipitare nella fatidica giornata del 28 giugno, quella dell’attentato di Sarajevo – Giraldi accentuava l’intreccio delle pulsioni: esaltazione politica, esuberanza giovanile, turbamenti ormonali.

Un nodo storico, ma anche emotivo, che aveva decretato il successo e l’interesse per quel titolo, che finalmente usciva dal pur interessante scaffale della letteratura triestina del primo Novecento. Riconoscendo a Stuparich un respiro non solo locale.

Di Un anno di scuola, anche per ragioni personali, si era innamorato molto tempo fa Alessandro Marinuzzi, regista e formatore teatrale. Lui stesso aveva partecipato, giovanissimo attore, alla realizzazione del film. E ora, con il supporto di due teatri stabili – quello del Veneto e quello del Friuli Venezia Giulia – ha tentato la traduzione teatrale del romanzo.

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

La macchina del tempo

Impresa ambiziosa per diverse ragioni. Primo, per la matrice narrativa e anche psicologica del materiale di partenza. Secondo, perché non è facile trovare interpreti credibili, con i quali dar vita a una classe di studenti ingenui e baldanzosi quel che basta. E con la macchina del tempo spedirli indietro quasi di un secolo.

L’operazione è riuscita, molto bene anche, a giudicare soprattutto dalla risposta del pubblico. Le repliche previste nella sala Bartoli del Politeama Rossetti di Trieste lo scorso autunno hanno registrato ogni sera il tutto esaurito. E si dovuto pensare ad aggiungerne altre, adesso a gennaio (fino a domenica 15).

Ai due impedimenti cui accennavo – la matrice letteraria del racconto, la scelta degli interpreti – Quell’anno di scuola oppone soluzioni eccellenti. La scrittura teatrale (elaborata dallo stesso Marinuzzi assieme a Davide Rossi) destruttura la pagina, i periodi, le frasi, e li ridistribuisce tra gli attori, in un eccitato accavallarsi di battute. La parola viva vince, modellata su una pratica che del Pasticciaccio di Gadda aveva fatto un capolavoro di palcoscenico (grazie a Luca Ronconi, certo) e che aveva fatto scoprire anche a teatro Ragazzi di vita di Pasolini (con la regia di Massimo Popolizio).

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

Gli interpreti, provenienti dall’esperienza collettiva di Teseo, progetto di formazione del Teatro Stabile del Veneto, incarnano vivacemente quella minuscola comunità. Anche perché la regia e gli essenziali elementi scenici di Andrea Stanisci non li costringono a far rivivere un’epoca, ma ne liberano il potenziale contemporaneo di immediatezza, entusiasmi e disillusioni.

A loro, che sono otto, si aggiunge la perizia di due attori dello Stabile del Friuli Venezia Giulia (Ester Galazzi e Riccardo Maranzana) a cui la regia affida i ruoli maturi del professore e della madre di uno dei ragazzi.

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

Una femmina in una classe maschile

Va ricordato che in quell’anno, il 1909, a Trieste le porte degli istituti scolastici superiori si erano aperti anche alle ragazze. Tra i maschi rumoreggianti di quella ‘ottava ginnasio’ la scrittura di Stuparich mette a fuoco il fascino di Edda.

Bella, determinata, capace, Edda Marty è la prima a iscriversi a quella scuola, ben decisa ad affrontare l’esame di maturità e poi l’università.

È storia documentata: la ragazza in realtà si chiamava Maria Prebil e i suoi compagni di classe erano i giovani rappresentanti della classe agiata di una Trieste ancora austro-ungarica e emporiale. 

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

Irredentismo

Nelle pagine dello scrittore, i trasalimenti sentimentali, nonché erotici della scolaresca maschile, si impastano con l’afflato politico di una generazione infatuata di irredentismo, pronta a immolarsi, come effettivamente succederà, per il ricongiungimento di Trieste alla patria Italia. Ne moriranno parecchi.

Nelle scene dello spettacolo di Marinuzzi, fedeli il più possibile al romanzo, si legge certo tutto questo. Il finale dipinge anzi la catastrofe della guerra imminente. 

Ma occhi contemporanei vi leggono molto di più.

Scostato il velo carducciano e nazionalista attraverso il quale Stuparich ritraeva alcuni dei suoi compagni, ciò che si vede è il naturale, biologico slancio di una generazione non ancora ventenne che vuole progettare il futuro, che prova a costruirlo nell’impazienza e nell’ansia. 

Quell'anno di scuola - Stuparich - Marinuzzi - Stabile FVG

Costruire il futuro

Proprio ciò che vediamo espresso oggi negli studenti che con le parole e i libri di Greta Thunberg, hanno provato a disegnare i loro Fridays for Future. E si slanciano avanti, maldestramente a volte, per dare la svolta a un percorso che, altrimenti, sembra di nuovo avviato alla catastrofe. Chissà se bellica, chissà se ambientale.

Su questa incertezza, sulle paure e sulle speranze, più che sulla rievocazione storica, mi pare che lo spettacolo di Alessandro Marinuzzi indirizzi i pensieri del suo pubblico. 

Che ogni sera lascia la sala emozionato, anche commosso, accompagnato da un valzerino che alcuni di voi, lettori scaltri, riconosceranno.

Perché proviene da uno spettacolo di Tadeusz Kantor. Che ha un titolo fatto apposta per ritrarre quegli studenti di ginnasio che cent’anni fa la Storia aveva maldestramente avviato verso il fronte: La classe morta.

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QUELL’ANNO DI SCUOLA

elaborazione drammaturgica Alessandro Marinuzzi, Davide Rossi
tratto da “Un anno di scuola” di Giani Stuparich
editore Quodlibet per gentile concessione di Nefertiti Film
progetto drammaturgico e regia Alessandro Marinuzzi
con gli attori della Compagnia Stabile del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Ester Galazzi e Riccardo Maranzana
e con gli attori e le attrici della Compagnia Giovani (progetto TeSeO) del Teatro Stabile del Veneto Meredith Airò Farulla, Riccardo Bucci, Davide Falbo, Chiara Pellegrin, Emilia Piz, Gregorio Righetti, Andrea Sadocco, Daniele Tessaro
elementi scenici e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Davide Rossi
fotografie di scena Serena Pea
produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

STORIE. Figli di un teatro minore: la vita e il mestiere di Luciano D’Antoni

Questo articolo ricostruisce la vita e il mestiere di Luciano D’Antoni, attore. Una vicenda che nella sua unicità racconta la trasformazione collettiva del teatro italiano nel secolo scorso. Dalla costante indigenza in cui vivevano le famiglie d’arte, alla stabilità che ha caratterizzato nel secondo dopoguerra lo sviluppo del teatro pubblico in questo Paese. Una vicenda minore, eppure esemplare.

Luciano D'Antoni
Luciano D’Antoni

Le stirpi del teatro

Se nasci in una famiglia d’arte, lo spettacolo è nel tuo dna. Non te lo puoi togliere di dosso. Luciano D’Antoni, attore, era nato da una stirpe di teatro. 

Stirpe di un teatro minore, la sua: povera, scavalcamontagne, un teatro che girava la provincia, rappresentando spettacoli ignoti ai frequentatori dei sontuosi edifici delle grandi città, delle sale illuminate che tra ‘800 e ‘900 erano il maggior divertimento della borghesia. 

Come i propri antenati – i Comici dell’Arte – le stirpi del teatro popolare italiano viaggiavano invece con i loro palcoscenici mobili, carri di Tespi, baracche. Si fermavano per una settimana o due in una piazza, magari bastava uno slargo. E poi via di nuovo. Offrivano un repertorio fatto di drammi strappalacrime, farse, vite di sante. I titoli cambiavano sera per sera. L’attrazione era la prima attrice, o il primo attore, impresario capocomico, padre padrone di tutto il suo bizzarro clan di artisti.

Più esattamente, una “famiglia d’arte”. Dalle più note, come i Rame (da cui discenderà ad esempio Franca), i D’Origlia-Palmi, i Carrara, giù giù fino a quelle meno conosciute e documentate. Luciano D’Antoni – che era nato nel 1934 – apparteneva alla stirpe dei D’Antoni.

Luciano D'Antoni

Froci e puttane

A quella vita nomade si era abituato subito, sballottato in lungo e in largo per una penisola dove una compagnia di teatranti poteva essere accolta anche con “ecco che arrivano froci e puttane”. Stereotipi e pregiudizi duri da sradicare, nonostante che Eleonora Duse e Alessandro Moissi avessero già vestito l’etichetta di divi.

In quella promiscuità che intrecciava famiglie e titoli di tragedia, i D’Antoni decisero di sciogliersi, e il giovane Luciano passò alla compagnia Nistri, con la quale venne apprezzato soprattutto per il fisico, il bel viso, un carattere che non manifestava pretese esagerate. Lo accompagnava una fama di dongiovanni. Anche per per questo fu costretto spesso a cambiare compagnia.

Una volta – era la fine degli anni ’50 – la baracca dei Moretti-Consonni, con i quali stava lavorando, si fermò nella piazza di Savona, accanto al più illustre Teatro Chiabrera. Fu là, in una matinée, che gli capitò di assistere a uno spettacolo delle sorelle Gramatica, Le medaglie della vecchia signora.

Per la prima volta D’Antoni riconobbe l’eccellenza artistica, quella che eleva il “mestiere” a “progetto d’arte”. Da allora cominciò a sognare un teatro diverso, anche se la povertà endemica delle compagnie capocomicali lo costringeva a proseguire per la sua strada nomade: camere in affitto, un pasto sì uno no, la provincia ligure, quella toscana, i piccoli centri dell’Emilia…

La compagnia Carrara-Anselmi a Cividale del Friuli
La compagnia Carrara-Anselmi a Cividale del Friuli

A Nordest

Scritturato dalla compagnia Carrara-Anselmi, arrivò pure da queste parti, nel Nordest d’Italia: Portogruaro, Cividale, Muggia… A Trieste si fermarono per quasi due anni. Perché la bora, che allora tirava forte, volle giocare loro un brutto scherzo. Una raffica più violenta scoperchiò la baracca e i Carrara-Anselmi rimasero senza un tetto.

Tutto si potrebbe dire del pubblico di questa città, ma non che non fosse generoso. Fu avviata una sottoscrizione pubblica per la riparazione, e per due inverni fu concesso alla compagnia di risiedere e lavorare in una piccola sala, presente all’interno di un grande edificio borghese, Palazzo Vivante, di fronte a Villa Sartorio.

Accadde così che l’attore venisse notato. Talent scout fu Sergio D’Osmo, che dirigeva il Teatro Stabile della città, fondato dieci anni prima, e sentiva la necessità di allagare l’organico in un momento di grande adesione di pubblico.

L’occasione che D’Antoni attendeva da anni prese corpo. Avrebbe potuto finalmente lasciarsi alle spalle la vita nomade dei guitti e far parte di una compagnia stabile. Piccole parti, scritture stagionali, all’inizio. Ma non sarebbe più stato necessario mettersi alla disperata ricerca di una piazza, di un pubblico qualsiasi. Non c’era più da temere la platea vuota, né il salto del pasto.

D'Antoni in L'Austria era un paese ordinato (di Carpinteri & Faraguna, regia Francesco Macedonio) 
D’Antoni in L’Austria era un paese ordinato (di Carpinteri & Faraguna, regia Francesco Macedonio) 

Uno stabile per Luciano D’Antoni

Nella carriera di questo attore si riassume la scomparsa di un teatro dai caratteri ancora ottocenteschi e la diffusione, negli anni ’50 e ’60, di un teatro come servizio pubblico, sul modello inaugurato vent’anni prima da Strehler e Grassi a Milano. 

Una conversione professionale, un paga abbastanza certa, una tutela sindacale, una “casa” d’arte. Assieme alla madre Jole Cavallari (attrice impegnata anche lei in qualche allestimento dello Stabile giuliano) D’Antoni si stabilisce a Trieste. Anche se la valigia è sempre pronta, perché di stabile, il teatro italiano conosce solo gli edifici. E le tournée sono una pratica quotidiana. 

Accanto agli attori più noti e ai più rispettati registi che lavoreranno per lo Stabile Fvg dagli anni Sessanta in poi, D’Antoni è in quasi tutte le locandine di quei decenni. Non è protagonista, e la sua indole non gli fa dire di no a tanti altri ruoli di cui una compagnia stabile ha bisogno, soprattutto in tournée: suggeritore, amministratore, tuttofare.

È ne I nobili ragusei che nell’ottobre 1969 restituiscono alla città il Politeama Rossetti. È nelle Maldobrìe (regia Francesco Macedonio) che segnano il maggior numero di abbonati di sempre. È in compagnia quando Le storie del bosco viennese (regia Franco Enriquez) debutta perfino al Burgtheater a Vienna. Accompagna i Piccoli di Podrecca nella tournée in Urss.

locandina Moissi regia Pressburger

Non solo. Presta la voce alla radio e all’operetta, Sandro Bolchi lo vuole in tv per Anna Karenina e finisce pure in un film, Porca vacca, con Renato Pozzetto. Una medaglia dell’Agis certifica i suoi 25 anni di meritoria attività nel settore dello spettacolo. In realtà, è una vita.

Epilogo

La trilogia pirandelliana di Giuseppe Patroni Griffi (nella stagione ’88-’89) chiude il suo lavoro di palcoscenico. I suoi colleghi di lavoro lo ricordano però a passeggio lungo viale XX settembre, proprio sotto al Politeama, seduto ai tavolini delle gelaterie. 

Fino a qualche mese fa, quando Luciano D’Antoni, a 88 anni, scompare. Testimone vivente di quella trasformazione, che dal “teatro all’antica italiana”, ha ridefinito nel nostro Paese l’immagine degli attori e delle attrici di prosa.

Luciano D'Antoni in L'idealista (di Fulvio Tomizza, regia di Francesco Macedonio)
D’Antoni in L’idealista (di Fulvio Tomizza, regia di Francesco Macedonio)

Una nota: i magnifici dodici

Con altri 11 colleghi, Luciano D’Antoni aveva fatto parte del gruppo di attori che tra il 1970 e il 1973 costituirono un caso unico nella storia del Teatro Stabile del Fvg e della scena italiana in generale. Assunti a tempo indeterminato (a differenza della tipica forma di “scrittura” stagionale) diventarono emblema di una moderna tutela del lavoro di palcoscenico.

Dopo due anni e mezzo, e tra non poche polemiche, la formula contrattuale venne contestata e sciolta. I “magnifici dodici” furono così restituiti alla tradizione italiana del precariato professionale. Da quell’esperienza nascerà e si svilupperà il Teatro popolare “La Contrada” di Francesco Macedonio, Ariella Reggio, Orazio Bobbio e Lidia Braico.

Una seconda nota: all’antica italiana

È vasta e ricca di notizie e aneddoti la storia delle famiglie d’arte del teatro italiano. A Sergio Tofano (attore, regista, scenografo, illustratore, e in questa veste inventore del Signor Bonaventura, personaggio del Corriere dei Piccoli) si deve uno dei volumi più consultati di ricostruzione delle pratiche del teatro capocomicale italiano (Il teatro all’antica italiana, Rizzoli editore, e ora in Adephi).

Sergio Tofano - Il teatro all'antica italiana, Rizzoli editore, ora Adephi

Inoltre, le notizie biografiche e le immagini su cui si basa questo articolo fanno parte dei numerosi capitoli dell’Archivio Teatranti, realizzato dallo studioso Mauro Ballerini e consultabile anche online .

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[questo articolo è stato pubblicato sabato 4 dicembre 2022 nel supplemento Il Piccolo Libri del quotidiano IL PICCOLO di Trieste]

Quei dieci dell’Amalgama. Tra le alchimie di Macondo

Ve li voglio presentare. Si chiamano L’Amalgama. Sono dieci e fanno teatro. Sei anni fa hanno formato un collettivo. E da allora girano. Ma tanto. Con un bel progetto, che si intitola Lost in Macondo. Domani, domenica 30 ottobre, saranno a Genova, a conclusione di una settimana che li ha visti lavorare con la gente del quartiere di San Fruttuoso. Se siete da quelle parti, andate a vederli (o guardatevi almeno il loro sito).

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)
Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)

A fisarmonica

Li avevo persi di vista, da quando sono usciti tutti e dieci, vittoriosi, dal diploma finale alla “Nico Pepe” di Udine, accademia di teatro. Li ho ritrovati alcuni anni più tardi, sempre in dieci. Crescere e formarsi assieme vuol dire molto. Ma lo spirito di coesione che è alla base di L’Amalgama è davvero inconsueto.

Non che siano sempre là, uno appiccicato all’altra. Ognuno sviluppa progetti personali. Chi come attrice, o attore, o performer. Chi come regista. Oppure progettista, ideatore di iniziative, creatrice di testi…

Ma quando Macondo chiama, tornano di nuovo assieme, compatti, forti del proprio progetto collettivo. Che inevitabilmente raccoglie attorno a sé altre forze: collaboratori, stabili o occasionali, supporter, istituzioni e associazionismo, follower e amici.

È un lavoro che funziona a fisarmonica. Momenti di forte concentrazione collettiva, alternati a spazi di lavoro personale. Mi piace. Così come mi piace lo stile che mettono nel loro fare teatro.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo - (ph. Mara Giammattei)
Lost in Macondo (ph. Mara Giammattei)

Va detto che per un bel po’ di tempo, in accademia, hanno lavorato con Giuliano Scabia. E quell’incontro ha sicuramente modellato la loro idea di spettacolo dal vivo. Un teatro che attraversa la vita quotidiana. Si insinua nelle case, invade gli spazi aperti, i parchi, i cortili. Acchiappa gli spettatori e li trascina con sé in piazza. Racconta storie, strappa risate, prepara sorprese e diverte. Ecco perché mi piace.

Perdersi a Macondo

C’è un romanzo che buona parte di noi ha letto, molti hanno amato, e tutti conoscono anche solo per il titolo. Cent’anni solitudine di Gabriel García Márquez. Dal realismo magico dell’autore sudamericano, da quella saga famigliare, dall’epica che in quel paesino leggendario avvolge l’albero genealogico della famiglia Buendía, Lost in Macondo prende solo spunto.

E con piglio contemporaneo e coraggio performativo, prendendosi gioco delle mitologie letterarie, abbraccia certe piccole comunità, che possono essere isolati paesi di montagna, cittadine di pianura ricche di storia, o rioni di città, come sta succedendo adesso a Genova. È la formula, sempre più praticata, delle Residenze Teatrali.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo - (ph. Mara Giammattei)
Lost in Macondo (ph. Mara Giammattei)

In dieci, all’unisono, dicono: “L’Amalgama vuole recuperare la componente magica presente nelle storie dei Comuni italiani per mostrare quanto di meraviglioso si nasconde nel reale. Ci faremo influenzare dai fatti reali e miracolosi che ci racconteranno gli abitanti, da ciò che vedremo in paese, da leggende, dal romanzo stesso e dalle nostre esperienze personali per costruire così i vari capitoli. Vorremmo riscrivere la storia di questi paesi come fossero nuove Macondo: luoghi rappresentativi di un immaginario collettivo, in cui tanti Comuni italiani possano riconoscersi“.

Per una settimana, i dieci di Macondo vivono dunque assieme a una comunità urbana, ne raccolgono l’identità e le storie, intervistano e filmano chi ha piacere di parlare con loro, lavorano con chi si mette in sintonia: magari una minuscola banda locale, o un coro di non professionisti. Scoprono ciò che di irrazionale, leggendario, alchemico, si nasconde nella memoria della gente. Ricordi, episodi, figure.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo  (ph. Cristina Modonutti)
Le comunità urbane partecipano a Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)

Tutti assieme, costruiscono ciò che alla fine della settimana sarà lo spettacolo, il finale momento, il botto. In una economia di scambio (come nelle antiche formule di Eugenio Barba e dell’Odin) con coloro che li hanno accolti.

Sulle tracce di Aureliano Buendía, dal Fvg alla Liguria

È successo già parecchie volte nella regione dove hanno piantato la loro sede, il Friuli Venezia Giulia. Sono stati a Porpetto, a Marano Lagunare, a Prato Carnico, a Mossa, a Arta Terme. A Turriaco e a Muggia, centri più popolosi. Adesso la sfida è una città ancora più grande. Teatralmente più esigente. Genova. 

Hanno scelto (e sono stati scelti) dal quartiere di San Fruttuoso, sulla riva destra del torrente Bisagno. E l’episodio che portano per le strade e in piazza si intitola I gringos e le banane del progresso.

Non resta che andarli a vedere, domani.

locandina Lost in Macondo

Ecco il comunicato stampa:


Genova. Domenica 30 ottobre dalle ore 15:30 nel quartiere San Fruttuoso (da via G. De Paoli, traversa di via Paolo Giacometti, a Villa Imperiale) andrà in scena lo spettacolo itinerante che concluderà la residenza artistica e teatrale in Bassa Val Bisagno “Lost in Macondo”, ideata e realizzata dal collettivo L’Amalgama. La pièce è liberamente ispirata al romanzo “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez.

L’obiettivo del progetto è recuperare la componente magica presente nelle storie dei diversi Comuni italiani e rappresentare le tradizioni dei singoli luoghi che caratterizzano l’Italia. La regia è firmata da Andrea Collavino, la drammaturgia da Valentina Diana, i tecnici luci e suono sono Théo Longuemare e Alberto de Felice, i costumi sono curati da Lucia de Monte e Corinne Giunti. Lo spettacolo sarà interpretato da Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti, Clara Roberta Mori, Davide Pachera, Stefano Pettenella e Miriam Russo.

L’evento fa parte del progetto “QuartierArte – Percorsi spettacolari in Bassa Val Bisagno”, ideato e realizzato dal Teatro Garage e dall’associazione La Chascona con lo scopo di valorizzare il territorio, la storia e la cittadinanza del luogo attraverso attività artistiche e didattico formative. Il progetto è finanziato dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo in accordo con il Comune e a sostegno di attività di spettacolo dal vivo nelle aree periferiche della città.

In caso di forte pioggia lo spettacolo sarà rappresentato a Villa Piantelli, in corso De Stefanis 8.

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LOST IN MACONDO 

un progetto del Collettivo L’Amalgama
regia, ideazione e coordinamento artistico Andrea Collavino
drammaturgia Valentina Diana
tecnici luci e suono Théo Longuemare – Alberto de Felice
costumi Lucia de Monte – Corinne Giunti
video Stefano Giacomuzzi
progetto fotografico Mara Giammattei
con le attrici e gli attori del Collettivo L’Amalgama: Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti, Clara Roberta Mori, Davide Pachera, Stefano Pettenella e Miriam Russo
produzione Collettivo L’Amalgama
co-produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

il Collettivo L'Amalgama

A Miramare la sfinge rivela i segreti di Massimiliano d’Asburgo

Da giovedì 18 agosto e fino al 28, al tramonto, alle 19.30, il Castello e il Parco di Miramare a Trieste ospiteranno lo spettacolo itinerante che Paola Bonesi ha intitolato I segreti dei giardini dell’Arciduca. Un reportage sulla vita di Massimiliano d’Asburgo raccontato attraverso il meraviglioso botanico che lui stesso aveva creato su quel bastione di scogli che ancora oggi fa da portale d’ingresso a Trieste.

La sfinge e il Castello di Miramare a Trieste
La sfinge a Miramare

“Era una persona di grandi talenti, un uomo di scienza e di avventura, intellettuale raffinato, studioso di botanica, curioso, appassionato di architettura ed esperto di mare” mi racconta Paola Bonesi. Lei che la vita di Massimiliano d’Asburgo l’ha studiata in lungo e in largo: biografie, carteggi, diari, disegni e fotografie. “Era uno che aveva bisogno di vedere lontano”. 

Allora io penso alla sfinge immobile, sul molo nel porticciolo di Miramare, che guarda lontano, il mare, l’orizzonte. Muta. Anche lei – la Sfinge di granito rosa – sarà uno dei personaggi che affollano questo progetto, nato da un’ idea di Andreina Contessa (direttrice del Museo del Castello e del Parco), sviluppato e realizzato da Bonesi (ne che è autrice e regista) e che vedrà coinvolti, nei diversi percorsi e nei diversi ruoli, gli attori della Compagnia del Teatro Stabile del Friuli venezia Giulia.

Che cosa nasconde un giardino?

I segreti dell’Arciduca, non sono in realtà segreti. “Tutti i parchi, tutti i giardini, svelano il carattere di chi li ha creati e di chi li cura”. Paola Bonesi ne è così sicura da aver voluto applicare il principio anche al più più bello tra i parchi del Nordest italiano. Questo di Miramare.

Castello e Parco di Miramare Trieste
Il Castello e il Parco

Una passione, coltivata da più di vent’anni, e incrementata dai libri letti e studiati sulla vita e i progetti di Massimiliano d’Asburgo. Che dal 1855 fino al 1867, l’anno della morte, dedicò buona parte delle sue giornate all’edificazione del Castello e del suo “giardino di meraviglie“. Un parco di 22 ettari che raccoglie essenze e piante da tutti i continenti. Un patrimonio botanico che lui stesso si era ingegnato a raccogliere e sviluppare assieme al suo giardiniere d’elezione, Anton Jelinek.

[A tal proposito, potreste leggere gli articoli che Pier Paolo Dorsi e Zeno Saracino hanno scritto su questo sconosciuto ma fondamentale maître di alberi, cespugli e piante].

Miramare, i luoghi, la storia

Lo spettacolo-passeggiata porterà il pubblico in alcuni dei luoghi più suggestivi del Parco – la balconata a mare, i dintorni del Castelletto, i giardini attorno al laghetto – attraversando i quali gli attori comporranno il ritratto di un Massimiliano diverso dall’iconografia ufficiale. Quello che i libri di storia ricordano per la fucilazione a Querétaro, per mano dei repubblicani messicani.

La fucilazione di Massimiliano (1863), secondo Edouard Manet (1868)
La fucilazione di Massimiliano (1867), secondo Edouard Manet (1868)

Dalle finestre del Castello di Miramare, per molti decenni, uno spettacolo di Luci e Suoni aveva ripercorso l’avventura e la tragica fine dell’erede d’Asburgo e imperatore in Messico. 

I tempi però sono cambiati e una nuova consapevolezza porta oggi valorizzare il rapporto tra quell’uomo e quel parco: la sua creatura. O come sostiene Bonesi, “il suo testamento estetico e spirituale”.

Massimiliano intimo

“Su Massimiliano ho letto tanto: le biografie, i carteggi, i diari di coloro che gli stavano accanto e assieme a lui, giorno per giorno, si occupavano di trasformare in realtà quel sogno naturalistico. Jelinek, il fidato giardiniere boemo, oppure José Luis Blasio, segretario e autore di una biografia intitolata Massimiliano intimo” racconta Bonesi.

Anton Jelinek, giardiniere a Miramare
Il giardiniere Anton Jelinek e la moglie in una foto d’epoca

Intimo sì, perché più del rapporto con la consorte Carlotta del Belgio, complesso e non ancora del tutto esplorato, a svelare il carattere avventuroso di Massimiliano (molto diverso da quello del fratello, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe) ci sono le lettere che dai suoi tanti viaggi (Massimiliano era ammiraglio) l’arciduca spediva, con l’intento di far rivivere sul promontorio adriatico la varietà delle avventure emotive e botaniche da lui esperite nel mondo. E racchiuse nei semi e nelle piante che “importava” dalle Americhe o dai Paesi asiatici.

Alberi e fantasmi a Miramare

“Con la luce del sole al tramonto potrebbe manifestarsi l’invisibile – anticipa Bonesi – grazie ai fantasmi di quei personaggi, che appariranno nei luoghi dove erano abituati a intrattenersi: l’arciduchessa Sofia, il medico di corte von Basch, la dama di compagnia di Carlotta, …”.

A Miramare gli spettatori potranno incontrarli nei pressi della balconata prospiciente al mare, dove tutte le linee prospettiche volgono all’infinto. Oppure nell’aranceto, accanto al Castelletto, dove Carlotta impazzita di dolore fece crescere una pianta d’edera, simbolo di fedeltà eterna. O ancora là dove il giardino formale, all’italiana, e quello romantico, all’inglese, si fondono per merito dell’abilità di Jelinek, diligentissimo capo-giardiniere di corte. 

“Nella rispondenza delle essenze arboree e degli stati d’animo – conclude Bonesi, grata anche al Museo Storico del Castello e del Parco, che collabora all’iniziativa – si cela il segreto che, assieme al pubblico, andremo ogni sera a a scoprire”.

[parzialmente pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, il 17 agosto 2022]

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I SEGRETI DEI GIARDINI DELL’ARCIDUCA 

da un’idea di Andreina Contessa
scritto e diretto da Paola Bonesi
con Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Iacopo Morra, Maria Grazia Plos
e Francesca Boldrin, Alessandro Colombo, Serena Costalunga, Giacomo Faroldi, Radu Murarasu
produzione il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
in collaborazione con il Museo Storico e il Parco del Castello di Miramare

Ferdinando Massimiliano d'Asburgo-Lorena; Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867
Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena; Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867

STORIE – Il Living Theatre e quel nudo che travolse Trieste

Una storia d’altri tempi, di tanto in tanto fa bene. Al corpo e allo spirito. Alla politica dei corpi, soprattutto.

Con questo tuffo nel passato – pubblicato qualche settimana fa sul quotidiano Il Piccolo – vi riporto al 1965, in quel luogo strano che ai tempi della Guerra Fredda era Trieste

Living Theatre

un’azione del Living Theatre

Arriva il Living Theatre

Non era arrivato ancora il Sessantotto. E ci sarebbero voluti anni perché Hair, lo scandaloso musical dell’Era dell’Acquario, giungesse in Italia. Eppure in un luogo estraneo al grande circuito degli spettacoli e poco propenso al peccatoTrieste – il nudo andò in scena. Non senza conseguenze.

È 1965, aprile. Il quotidiano locale, Il Piccolo, annuncia l’arrivo in città del Living Theatre. Scrive il giornale: “è un complesso di giovani attori che esprime le propensioni, le forme di rottura, le categorie per così dire estetiche del teatro beat“. In realtà è la punta di diamante del New Theatre, l’avanguardia teatrale americana, attiva anche sul piano politico. Quelli del Living sono antimilitaristi, anarchici, pacifisti, anticonsumisti, vegetariani, femministi. A cominciare dai due fondatori del gruppo, Judith Malina e Julian Beck.

Creazioni collettive, coinvolgimenti

Lo spettacolo che sta per andare in scena si intitola Mysteries and smaller pieces. Sono tante brevi scene ricomposte in una creazione collettiva, che prevede anche il coinvolgimento del pubblico.

L’Auditorium di via Tor Bandena, pronto ad accoglierlo, è un teatro un po’ particolare. Una sola parete e una porticina lo separano dalla questura. Non il luogo ideale, insomma, per le avanguardie artistiche che in quei formidabili anni ’60 cominciano a catturare le ribellioni di una generazione nuova. Quella però è l’unica sala che il Teatro Stabile Città di Trieste, promotore dell’evento, abbia a disposizione. 

Il Living Theatre è già celebre per le sue scelte radicali. Non c’è città in cui un loro spettacolo non susciti entusiasmo o riprovazione. Nei teatri il pubblico si azzuffa, a volte la polizia interviene a sedare gli animi.

Living Theatre

Parla Judith Malina

“Non rammento le centinaia e centinaia di repliche che io e Julian abbiamo fatto con Mysteries and smaller pieces – ricordava Judith Malina, scomparsa sette anni fa – ma la tappa di Trieste resta per me indimenticabile“.

Living Theatre – Judith Malina e Julian Beck

Succede insomma che lo spettacolo prende una piega allarmante, a dispetto dei tutori dell’ordine, convocati apposta. Riporta ancora Il Piccolo: “con tutti quei giovanotti di pelle bianca e di pelle scura che si rotolavano sul tavolaccio e tra le sedie della platea, gemendo e spasimando come buoi squartati, e con una parte degli spettatori che manifestavano più o meno cordialmente la loro insofferenza, le cose sembravano volgere al peggio”.

Living Theatre - Paradise now

Interviene il commissario di polizia, intima di sospendere la rappresentazione, poi si rimangia l’ordine, e lascia che le “piccole scene” vadano avanti. In nome dell’arte. 

Se non che “un attore della compagnia, afferrato dal raptus della mimesi realistica, in una scena figurata del resto molto bella, ha avuto l’imprudenza di dimenticarsi nello spogliatoio la tradizionale foglia di fico“. Insomma, nudo. Anche se per pochi secondi, e insieme a un’attrice.

Living Theatre

Atti osceni

Il verbale di Polizia è eloquente: “visto che si sono verificati gravi inconvenienti con vivaci contrasti tra gli spettatori, accertato e contestato il reato di cui all’art.527 del C.P. per atti osceni, commesso da uno degli attori, si decreta la sospensione dello spettacolo e si vieta ogni futura rappresentazione“. E tutti via in questura, attori e spettatori.

Il caso del Living Theatre a Trieste mobilita le cronache nazionali. Ma soprattuto fa precipitare la già pericolante struttura del Teatro Stabile Città di Trieste. “L’uomo svestito sul palcoscenico ha messo a nudo la crisi del teatro“: questo il tenore dei titoli. Interrogazioni. Dimissioni. Scioglimento del consiglio di amministrazione. Una vera debacle per l’istituzione guidata da Sergio D’Osmo, che si voleva aprire a un teatro un po’ meno convenzionale e conservatore

Living e Stabile triestino vengono alla fine assolti dalle imputazioni. Anche per la testimonianza di un pompiere in servizio sul palcoscenico, scarsamente illuminato: “nero lu, nera ela, mi no go visto niente”.

Il caso Living è chiuso. Alla storia si affaccia un soggetto nuovo di zecca, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 maggio 2022]

Una breve storia del Living Theatre.

Su QuanteScene! trovi anche altre STORIE. Per esempio Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Milva… tutti raccontati dal vivo

Ricordi. Come quello di Jack, che compie gli anni ogni 11 settembre

Scritto da Francesco Godina e Fabio Vignarelli, Tu dov’eri registra l’istante emozionale che è ancora dentro di noi. Anche oggi, quando sono passati più di vent’anni dall’11 settembre 2001. Repliche fino a domenica 24 aprile alla sala Bartoli del Politeama Rossetti, a Trieste.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Il compleanno di mamma. L’anniversario di matrimonio. Il giorno che tuo fratello è morto. Ci sono date scolpite nella memoria di ognuno. Altre sono date collettive: il 31 dicembre, il 25 aprile, l’11 settembre.

Sulla memoria collettiva del giorno in cui, 20 anni fa a New York, caddero le Torri Gemelle, Francesco Godina e Fabio Vignarelli hanno costruito uno spettacolo. Che ha per titolo una domanda: Tu, dov’eri?

Se lo ricordano tutti, dov’erano quel giorno. Tutti quelli nati nel secolo passato, boomers e millenials. Tutti quelli che l’11 settembre 2001, dopo le 8 e 46 del mattino (a New York, mentre in Italia erano passate da un bel po’ le 16.00 ) si attaccarono agli schermi delle tv per scoprire che cosa stava accadendo. Per capacitarsi di ciò che era impensabile potesse accadere.

Chi nella sua stanzetta di adolescente. Chi in viaggio sulla metro all’ora di punta. Anche chi non vedeva l’ora di finire il turno di lavoro. L’11 settembre era un giorno qualsiasi. Fino a che il primo aereo non si schiantò sulla torre nord. Poi il secondo. Poi le due torri vennero giù.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - produzione teatro stabile FVG

Facebook, Instagram, Twitter non esistevano proprio

Non è uno spettacolo commemorativo Tu dov’eri? Non ci riporta (o perlomeno lo fa discretamente) ai corpi in picchiata giù dalle finestre dei due grattacieli, vanto della metropoli statunitense. O alla tempesta di polveri che invade le strade di Manhattan e le soffoca.

Non è uno spettacolo sul passato Tu dov’eri? Ci parla di oggi. Sceglie i media odierni. I linguaggi contemporanei. Si concentra su ciò che, dell’emozione di allora, rimane in questo momento nella nostra memoria collettiva.

11 settembre. Alla domanda Tu dov’eri? rispondono tutti. Se lo ricordano tutti.

Sollecitati da Godina (che è anche l’interprete) e Vignarelli (che è anche il drammaturgo), boomers e millennials condividono i propri ricordi nelle stories di Instagram, o in quelle di Facebook. E lo spettacolo le mostra. Fino a che le loro parole, i loro visi, i meme, non diventano un mosaico sullo schermo che fa da fondale. E una playlist di Spotify, le commenta affettivamente.

Tu dov'eri - 11 settembre - regia Marco Casazza - Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia

L’11 settembre in tre sguardi

Sul mosaico dei mi ricordo, Godina dà vita a tre personaggi. 

Un professore che illustra come funzionano i meandri della memoria. E garantisce che quella straordinaria capacità del nostro cervello non è omogenea, ma seleziona, cancella o conserva per tutta la vita. 

Uno stand-up comedian dal fare cinico e dal linguaggio sboccato, che riflette sul fatto che quella data è lo spartiacque di un prima e di un dopo (pensate a come si viaggiava, prima, in aereo, pensate all’acqua nelle bottigliette). 

Infine Jack, un uomo che ogni 11 settembre compie gli anni, e che nel 2001, ventenne, avrebbe dovuto sostenere un colloquio di lavoro nel ristorante (allora) “più alto del mondo”, al 107° piano della torre nord. In un istante, l’appuntamento mancato si trasformò in un lutto privato.

Sono figure che si staccano vive da quel mosaico. E che Francesco Godina schizza velocemente. Con un cambio di occhiali, una t-shirt d’epoca, una confessione davanti alla telecamera dello smartphone.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Mentre ognuno di noi, in sala, saprebbe dire per filo e per segno, dov’era, cosa faceva, che reazione ha avuto, quando le prime immagini si sono stampate, quell’11 settembre e per sempre, nella sua retina, nella sua memoria.

Lo spettacolo (con la regia di Marco Casazza) è stato presentato per la prima volta proprio alle 16.46 del 11 settembre 2021, nella sala Bartoli del Rossetti di Trieste. Le repliche di questa settimana lo ripropongono al pubblico. Perché sarebbe davvero colpevole relegarlo nei cimiteri delle rimembranze e delle commemorazioni.

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TU DOV’ERI
di Francesco Godina e Fabio Vagnarelli
regia Marco M. Casazza
con Francesco Godina
video design Den Baruca
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con SUOMI

Eccellenti. Rosalind e le altre. Donne oscurate e ladri di Nobel

Di Rosalind Franklin, biochimica britannica, molti conoscono il caso e le frustrazioni. Abbastanza note sono pure le storie di scienziate come Mileva Marić e Lise Meitner. Oppure quella incredibile di Hedy Lamarr, attrice e anche pioniera del wireless. Ma le altre?

Rosalind Franklin foto 51
foto n.51

Rosalind Franklin. Era sua la foto numero 51. Era sua l’idea dell’elica. Ed è lei che per prima intuì la struttura del Dna. Ma la foto numero 51, “una delle più belle fotografie a raggi X mai scattate“, era stata poi trafugata. E il premio Nobel per la Medicina 1962 era andato ai suoi tre colleghi uomini, Watson, Crick, Wilkins. 

Storie come quelle di miss Rosalind Franklin, “la donna capace di studiare il Dna come un uomo“, non sono rare nella storia della scienza. Le hanno anche vissute la fisica Lise Meitner, la chimica Alice Ball, l’astrofisica Jocelyn Bell, la matematica Katherine Johnson. Solo nell’ultimo decennio, grazie agli studi sulla diseguaglianza di genere, ne sono emerse decine e decine. E non riguardano solo casi eclatanti come il furto dei premi Nobel, ma la vita di tutti i giorni nel campo della ricerca scientifica.

Matilda, le donne e le Stim

L’oscuramento del contributo femminile nel campo delle Stim (i campi di Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) ha un nome. Si chiama “effetto Matilda“. Ne ho parlato in altre occasioni su questo blog. In particolare per il caso di Mileva Marić, la prima mogie di Albert Einstein (vedi qui a febbraio 2020 e qui a dicembre).

Ma anche oggi: quante giovani ricercatrici si vedono scippare il risultato di un lavoro dai loro stessi mentori e supervisori, accademici e professori, che lo pubblicheranno poi a proprio nome. Quante donne impegnate in università e istituti specializzati vedono minacciata la propria carriera dai responsabili (per lo più maschi) del progetto. E non raramente capita che subiscano avance, quando non si tratta di molestie.

Le eccellenti 1 - Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Donne eccellenti, donne oscurate

Di loro – donne passate, presenti, future – si occupa il lavoro teatrale di Marcela Serli, dal titolo inequivocabile, Le eccellenti.

A questo spettacolo – coprodotto da Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro della Tosse Genova e Fattoria Vittadini Milano, con un formula cara alla regista e drammaturga italo-argentina Serli – partecipano molte donne non abituate al palcoscenico, ma a proprio agio piuttosto in laboratori, università, studi di ricerca.

Ricercatrici quindi, e professoresse, docenti, responsabili di team, imprenditrici, cui la diseguaglianza di genere assicura stipendi spesso inferiori a quelli dei loro colleghi maschi, e prospettive di carriera assai più accidentate, allorché ambiscano com’è giusto, ai ruoli apicali. Il famoso soffitto di cristallo, per dirlo con una frase già molto consumata.

Chiara, Domenica, Saveria, Anna, Pamela, Lorenza, Laura, Veronica e Caterina. Sono loro (con voci a volte incrinate dall’emozione per lo stare sotto i riflettori, una volta tanto) che raccontano i percorsi difficili della propria carriera, le delusioni, le insoddisfazioni, oppure gli spunti che le hanno convinte a reindirizzare il proprio lavoro. Ad esempio diventare imprenditrici, creatrici di un’azienda che lancia mini-satelliti nello spazio. Eccellenza italiana.

Le eccellenti 2 - regia Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Paradosso delle donne eccellenti

Dice però l’ideatrice di questo progetto teatrale, Marcela Serli, in una frase dal senso volutamente paradossale: “Non si potrà parlare di uguaglianza quando le donne di talento avranno le stesse opportunità degli uomini di talento. L’uguaglianza si realizzerà solo quando ad essere visibili saranno pure le donne mediocri, perché fin troppo evidente è la visibilità dei maschi mediocri“. Eggià: ce ne sono tanti.

Le eccellenti - Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)
Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)

Giannola e le altre

Il debutto dello spettacolo, ieri sera al Politeama Rossetti di Trieste, è stato preceduto da un incontro di altrettante eccellenze femminili, che si sono affermate in altri campi. Da Giannola Nonino (l’immagine più convincente del successo mondiale della grappa) a Barbara Franchin (visionaria ideatrice del contest internazionale di giovani creatività Its), a Serena Zacchingna (biologa molecolare all’Università di Trieste, impegnata nella ricerca sulle cellule cardiache) e Cristina Bacchini (top manager di Generali Assicurazioni, esperta di analisi del rischio). 

A condurre l’incontro, è stata la giornalista e anchorwoman Rai, Marinella Chirico, che con l’eccellenza dell’interloquire, le ha spronate a parlare di sé, tralasciando il ruolo dei loro mariti. 

Perché non succeda che il famoso luogo comune “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” possa essere ribaltato. E valga semmai il detto che si attribuisce a Luciana Littizzetto: “Dietro a un grande donna, c’è sempre una grande colf“. Battutaccia.

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LE ECCELLENTI 
progetto, regia e drammaturgia di Marcela Serli
con in scena:
Cinzia Spanò, Noemi Bresciani, Marcela Serli. Margherita Baggi, Camilla Collet, Piercarlo Favro
e le ricercatici Chiara Ameglio, Domenica Bueti, Saveria Capellari, Anna Gregorio, Pamela Martinez Orellana, Lorenza Masutto, Laura Nenzi, Veronica Ujcich
e Caterinaa Bonetti
promosso da CUG dell’Università degli Studi di Trieste, CUG della SISSA-Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
prodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro della Tosse e Fattoria Vittadini

in scena al Politeama Rossetti di Trieste fino al 23 maggio

La volta che Peter Handke inventò il post-drammatico

Nella serie di appuntamenti in digitale, avviata dai Teatri stabili del Nordest (Friuli Venezia Giulia, Veneto e Bolzano) otto settimane e mezza fa, questa sera va in rete L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, scritto da Peter Handke nel 1992, allestito al Mittelfest nel 1994.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest  1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Ma davvero dal 15 giugno – un lunedì – torneremo a trovarci nei cinema e nei teatri? Quel che realmente accadrà, come succederà, è ancora tutto da inventare. Per il momento, perché non godere dei microscopici vantaggi di ritorno che il virus ci ha assicurato?

Uno, ad esempio, è quello che fa brillare di nuovo, sotto i nostri occhi, opere, titoli, spettacoli, che altrimenti sarebbero rimasti a riposare nello smisurato camposanto del teatri: sottopalchi, archivi, depositi, magazzini… 

Questa sera, 17 maggio dalle ore 20.00, sul sito dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, e sulla sua pagina Facebook, l’iniziativa restituisce agli spettatori online un gioiello vero. Un esperimento eccellente di scena e di scrittura, che altrimenti avremmo dimenticato.

L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, testo scritto da Peter Handke nel 1992, venne allestito nel 1994 al Mittelfest di Cividale del Friuli. L’idea di portare in scena le pagine del premio Nobel (2019) austriaco era stata di Giorgio Pressburger e Mimma Gallina. Sperimentatore, vulcanico ideatore di dispositivi teatrali, il regista Pressburger aveva pensato di utilizzare in lungo e in largo piazza Diacono, nel cuore storico di Cividale.

In anticipo sulle trasformazioni che intanto subiva la scrittura teatrale, Il testo di Handke è una lunga, lunghissima didascalia. La descrizione di una fitta serie azioni che dovranno essere eseguite da un centinaio di figure, interpreti, comparse, che in un flusso continuo attraversano uno spazio vuoto.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Uno spiazzo vuoto, pieno di luce

La scena è uno spiazzo vuoto pieno di luce. Comincia che uno l’attraversa scappando di volata. Poi, dalla direzione opposta, eccome ancora uno, come l’altro” scrive Handke. “ Allo stesso modo, subito dopo, una tutta imbacuccata da donna anziana, che si tira dietro un carrello della spesa. Non è ancora del tutto uscita dal campo visivo, che due, con gli elmetti da pompiere, passano sparati per lo spiazzo, con manichette e estintori in braccio: più per un esercitazione che per un emergenza“.

E cosi via: giardinieri, tifosi di calcio con bandiere, pescatori e canne, una bella vestita da boutique, uno incatenato, un gruppo in fila indiana, avanti, avanti, per una cinquantina di pagine, fino al visionario finale.

Peter Handke. ph Donata Handke
Peter Handke. ph Donata Handke

Handke, Augè, Lehmann. Non sapevano niente l’uno dell’altro

Atto senza parole, si scrisse allora, visto che nessuno di questi personaggi ‘in cammino’ dice nulla. Ma è tutt’altro che senza parole. Sono tante invece. E diventano visioni, istantanee di un’umanità in transito, viandanti, migranti, che finiscono per tracciare un atlante dell’umano. Incrociandosi, sfiorandosi, in uno di quei non-luoghi cosi ben raccontanti anche dall’antropologo Marc Augè.

Rivisto adesso, è anche un gran esempio di teatro post-drammatico, ideato dallo scrittore austriaco ben prima che il concetto venisse alla luce, grazie al volume oggi sempre citato di Hans-Thies Lehmann (in Italia lo ha tradotto Sonia Antinori per CuePress).

Si capisce così perché questo lavoro, un quarto di secolo dopo, oggi, nel tempo di sfioramenti pericolosi e temute migrazioni, continui a mantenere una inaspettata attualità. E sia stato più volte riallestito: al Burgheater di Vienna con la regia di Claus Peymann, alla Schaubühne di Berlino dove lo ha diretto Luc Bondy, nella versione di James MacDonald per il Royal National Theatre di Londra. In Italia ci aveva pensato anche il gruppo Festina Lente, con la regia di Andreina Garella.

L’occasione di stasera è quindi unica. Per rivederne la registrazione, per apprezzare le idee che Pressburger (scomparso nel 2017) seppe infondere in quella scrittura. Con l’aiuto di Pier Paolo Bisleri, scenografo, di un gruppo di attori dello Stabile Fvg e dello Stabile Sloveno di Trieste, e allievi delle accademie teatrali di Bratislava, Budapest, Cracovia, Roma Lubiana, Vienna, Zagabria. Il respiro di tutta la Mitteleuropa.

Prima, alle ore 16.00, negli stessi contenitori andrà in rete anche Il Re di Betajnova di Ivan Cankar, nell’allestimento dello Stabile Sloveno, regia di Tomaž Gorki.

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L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro

di Peter Handke (traduzione Rolando Zorzi)
Regia Giorgio Pressburger
Scene e costumi Pier Paolo Bisleri
Movimenti Marta Ferri
Interpreti: Livio Bogatec, Patrizia Burul, Stojan Colja, Andreina Garella, Giorgio Lanza, Riccardo Maranzana, Alojz Milic, Lucka Pockaj, Monica Samassa, Maurizio Soldà, Torsten Ondrejovic, Erika Sajgál, Gyözö Szabó, Adam Nawojczyk, Olga Przeklasa, Tomaz Gubensek, Janko Petrovec, Giovanni Carta, Marc Menzel, Regina Stötzel, Edvin Liveric-Bassani, Natasa Dorcic, e con Mariano Rigillo voce recitante.
Produzione: Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro Stabile Sloveno di Trieste