Eccellenti. Rosalind e le altre. Donne oscurate e ladri di Nobel

Di Rosalind Franklin, biochimica britannica, molti conoscono il caso e le frustrazioni. Abbastanza note sono pure le storie di scienziate come Mileva Marić e Lise Meitner. Oppure quella incredibile di Hedy Lamarr, attrice e anche pioniera del wireless. Ma le altre?

Rosalind Franklin foto 51
foto n.51

Rosalind Franklin. Era sua la foto numero 51. Era sua l’idea dell’elica. Ed è lei che per prima intuì la struttura del Dna. Ma la foto numero 51, “una delle più belle fotografie a raggi X mai scattate“, era stata poi trafugata. E il premio Nobel per la Medicina 1962 era andato ai suoi tre colleghi uomini, Watson, Crick, Wilkins. 

Storie come quelle di miss Rosalind Franklin, “la donna capace di studiare il Dna come un uomo“, non sono rare nella storia della scienza. Le hanno anche vissute la fisica Lise Meitner, la chimica Alice Ball, l’astrofisica Jocelyn Bell, la matematica Katherine Johnson. Solo nell’ultimo decennio, grazie agli studi sulla diseguaglianza di genere, ne sono emerse decine e decine. E non riguardano solo casi eclatanti come il furto dei premi Nobel, ma la vita di tutti i giorni nel campo della ricerca scientifica.

Matilda, le donne e le Stim

L’oscuramento del contributo femminile nel campo delle Stim (i campi di Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) ha un nome. Si chiama “effetto Matilda“. Ne ho parlato in altre occasioni su questo blog. In particolare per il caso di Mileva Marić, la prima mogie di Albert Einstein (vedi qui a febbraio 2020 e qui a dicembre).

Ma anche oggi: quante giovani ricercatrici si vedono scippare il risultato di un lavoro dai loro stessi mentori e supervisori, accademici e professori, che lo pubblicheranno poi a proprio nome. Quante donne impegnate in università e istituti specializzati vedono minacciata la propria carriera dai responsabili (per lo più maschi) del progetto. E non raramente capita che subiscano avance, quando non si tratta di molestie.

Le eccellenti 1 - Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Donne eccellenti, donne oscurate

Di loro – donne passate, presenti, future – si occupa il lavoro teatrale di Marcela Serli, dal titolo inequivocabile, Le eccellenti.

A questo spettacolo – coprodotto da Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro della Tosse Genova e Fattoria Vittadini Milano, con un formula cara alla regista e drammaturga italo-argentina Serli – partecipano molte donne non abituate al palcoscenico, ma a proprio agio piuttosto in laboratori, università, studi di ricerca.

Ricercatrici quindi, e professoresse, docenti, responsabili di team, imprenditrici, cui la diseguaglianza di genere assicura stipendi spesso inferiori a quelli dei loro colleghi maschi, e prospettive di carriera assai più accidentate, allorché ambiscano com’è giusto, ai ruoli apicali. Il famoso soffitto di cristallo, per dirlo con una frase già molto consumata.

Chiara, Domenica, Saveria, Anna, Pamela, Lorenza, Laura, Veronica e Caterina. Sono loro (con voci a volte incrinate dall’emozione per lo stare sotto i riflettori, una volta tanto) che raccontano i percorsi difficili della propria carriera, le delusioni, le insoddisfazioni, oppure gli spunti che le hanno convinte a reindirizzare il proprio lavoro. Ad esempio diventare imprenditrici, creatrici di un’azienda che lancia mini-satelliti nello spazio. Eccellenza italiana.

Le eccellenti 2 - regia Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Paradosso delle donne eccellenti

Dice però l’ideatrice di questo progetto teatrale, Marcela Serli, in una frase dal senso volutamente paradossale: “Non si potrà parlare di uguaglianza quando le donne di talento avranno le stesse opportunità degli uomini di talento. L’uguaglianza si realizzerà solo quando ad essere visibili saranno pure le donne mediocri, perché fin troppo evidente è la visibilità dei maschi mediocri“. Eggià: ce ne sono tanti.

Le eccellenti - Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)
Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)

Giannola e le altre

Il debutto dello spettacolo, ieri sera al Politeama Rossetti di Trieste, è stato preceduto da un incontro di altrettante eccellenze femminili, che si sono affermate in altri campi. Da Giannola Nonino (l’immagine più convincente del successo mondiale della grappa) a Barbara Franchin (visionaria ideatrice del contest internazionale di giovani creatività Its), a Serena Zacchingna (biologa molecolare all’Università di Trieste, impegnata nella ricerca sulle cellule cardiache) e Cristina Bacchini (top manager di Generali Assicurazioni, esperta di analisi del rischio). 

A condurre l’incontro, è stata la giornalista e anchorwoman Rai, Marinella Chirico, che con l’eccellenza dell’interloquire, le ha spronate a parlare di sé, tralasciando il ruolo dei loro mariti. 

Perché non succeda che il famoso luogo comune “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” possa essere ribaltato. E valga semmai il detto che si attribuisce a Luciana Littizzetto: “Dietro a un grande donna, c’è sempre una grande colf“. Battutaccia.

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LE ECCELLENTI 
progetto, regia e drammaturgia di Marcela Serli
con in scena:
Cinzia Spanò, Noemi Bresciani, Marcela Serli. Margherita Baggi, Camilla Collet, Piercarlo Favro
e le ricercatici Chiara Ameglio, Domenica Bueti, Saveria Capellari, Anna Gregorio, Pamela Martinez Orellana, Lorenza Masutto, Laura Nenzi, Veronica Ujcich
e Caterinaa Bonetti
promosso da CUG dell’Università degli Studi di Trieste, CUG della SISSA-Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
prodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro della Tosse e Fattoria Vittadini

in scena al Politeama Rossetti di Trieste fino al 23 maggio

La volta che Peter Handke inventò il post-drammatico

Nella serie di appuntamenti in digitale, avviata dai Teatri stabili del Nordest (Friuli Venezia Giulia, Veneto e Bolzano) otto settimane e mezza fa, questa sera va in rete L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, scritto da Peter Handke nel 1992, allestito al Mittelfest nel 1994.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest  1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Ma davvero dal 15 giugno – un lunedì – torneremo a trovarci nei cinema e nei teatri? Quel che realmente accadrà, come succederà, è ancora tutto da inventare. Per il momento, perché non godere dei microscopici vantaggi di ritorno che il virus ci ha assicurato?

Uno, ad esempio, è quello che fa brillare di nuovo, sotto i nostri occhi, opere, titoli, spettacoli, che altrimenti sarebbero rimasti a riposare nello smisurato camposanto del teatri: sottopalchi, archivi, depositi, magazzini… 

Questa sera, 17 maggio dalle ore 20.00, sul sito dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, e sulla sua pagina Facebook, l’iniziativa restituisce agli spettatori online un gioiello vero. Un esperimento eccellente di scena e di scrittura, che altrimenti avremmo dimenticato.

L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, testo scritto da Peter Handke nel 1992, venne allestito nel 1994 al Mittelfest di Cividale del Friuli. L’idea di portare in scena le pagine del premio Nobel (2019) austriaco era stata di Giorgio Pressburger e Mimma Gallina. Sperimentatore, vulcanico ideatore di dispositivi teatrali, il regista Pressburger aveva pensato di utilizzare in lungo e in largo piazza Diacono, nel cuore storico di Cividale.

In anticipo sulle trasformazioni che intanto subiva la scrittura teatrale, Il testo di Handke è una lunga, lunghissima didascalia. La descrizione di una fitta serie azioni che dovranno essere eseguite da un centinaio di figure, interpreti, comparse, che in un flusso continuo attraversano uno spazio vuoto.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Uno spiazzo vuoto, pieno di luce

La scena è uno spiazzo vuoto pieno di luce. Comincia che uno l’attraversa scappando di volata. Poi, dalla direzione opposta, eccome ancora uno, come l’altro” scrive Handke. “ Allo stesso modo, subito dopo, una tutta imbacuccata da donna anziana, che si tira dietro un carrello della spesa. Non è ancora del tutto uscita dal campo visivo, che due, con gli elmetti da pompiere, passano sparati per lo spiazzo, con manichette e estintori in braccio: più per un esercitazione che per un emergenza“.

E cosi via: giardinieri, tifosi di calcio con bandiere, pescatori e canne, una bella vestita da boutique, uno incatenato, un gruppo in fila indiana, avanti, avanti, per una cinquantina di pagine, fino al visionario finale.

Peter Handke. ph Donata Handke
Peter Handke. ph Donata Handke

Handke, Augè, Lehmann. Non sapevano niente l’uno dell’altro

Atto senza parole, si scrisse allora, visto che nessuno di questi personaggi ‘in cammino’ dice nulla. Ma è tutt’altro che senza parole. Sono tante invece. E diventano visioni, istantanee di un’umanità in transito, viandanti, migranti, che finiscono per tracciare un atlante dell’umano. Incrociandosi, sfiorandosi, in uno di quei non-luoghi cosi ben raccontanti anche dall’antropologo Marc Augè.

Rivisto adesso, è anche un gran esempio di teatro post-drammatico, ideato dallo scrittore austriaco ben prima che il concetto venisse alla luce, grazie al volume oggi sempre citato di Hans-Thies Lehmann (in Italia lo ha tradotto Sonia Antinori per CuePress).

Si capisce così perché questo lavoro, un quarto di secolo dopo, oggi, nel tempo di sfioramenti pericolosi e temute migrazioni, continui a mantenere una inaspettata attualità. E sia stato più volte riallestito: al Burgheater di Vienna con la regia di Claus Peymann, alla Schaubühne di Berlino dove lo ha diretto Luc Bondy, nella versione di James MacDonald per il Royal National Theatre di Londra. In Italia ci aveva pensato anche il gruppo Festina Lente, con la regia di Andreina Garella.

L’occasione di stasera è quindi unica. Per rivederne la registrazione, per apprezzare le idee che Pressburger (scomparso nel 2017) seppe infondere in quella scrittura. Con l’aiuto di Pier Paolo Bisleri, scenografo, di un gruppo di attori dello Stabile Fvg e dello Stabile Sloveno di Trieste, e allievi delle accademie teatrali di Bratislava, Budapest, Cracovia, Roma Lubiana, Vienna, Zagabria. Il respiro di tutta la Mitteleuropa.

Prima, alle ore 16.00, negli stessi contenitori andrà in rete anche Il Re di Betajnova di Ivan Cankar, nell’allestimento dello Stabile Sloveno, regia di Tomaž Gorki.

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L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro

di Peter Handke (traduzione Rolando Zorzi)
Regia Giorgio Pressburger
Scene e costumi Pier Paolo Bisleri
Movimenti Marta Ferri
Interpreti: Livio Bogatec, Patrizia Burul, Stojan Colja, Andreina Garella, Giorgio Lanza, Riccardo Maranzana, Alojz Milic, Lucka Pockaj, Monica Samassa, Maurizio Soldà, Torsten Ondrejovic, Erika Sajgál, Gyözö Szabó, Adam Nawojczyk, Olga Przeklasa, Tomaz Gubensek, Janko Petrovec, Giovanni Carta, Marc Menzel, Regina Stötzel, Edvin Liveric-Bassani, Natasa Dorcic, e con Mariano Rigillo voce recitante.
Produzione: Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro Stabile Sloveno di Trieste

Tornano i turchi. Sono quelli di Pasolini

Oggi, domenica 10, alle 18.00, nella serie di appuntamenti ideati dai Teatri Stabili del Nord-Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Bolzano) per ovviare alla chiusura delle sale, viene presentato I Turcs tal Friûl, di Pier Paolo Pasolini, nella registrazione effettuata nel 1996 sull’aia dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, in Friuli.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Un temporale potente, di quelli estivi, li aveva convinti a desistere. Poi il cielo sopra Venezia si era rischiarato: un miracolo, un tramonto incredibile. Avevano allora lavorato di stracci e di asciugamani, così che noi spettatori ci potessimo accomodare sulle seggiole, in quel piccolo prato dell’Arsenale. In attesa dell’inizio dello spettacolo.

A un certo punto vedemmo arrivare, da lontano, lungo le mura di quel posto che era sempre servito ad armare guerre di mare, un piccolo plotone. Sembrava marciassero in fila, come minuscoli fanti : i turchi bellicosi. Era l’effetto della distanza. Via via che si avvicinavano capivamo che erano gli attori.

Venezia, Biennale Teatro 1995. Ci eravamo andati per I Turcs tal Friûl di Pier Paolo Pasolini. La regia era di Elio De Capitani, le musiche e i cori di Giovanna Marini.

In quel prato dell’Arsenale

Ricordo bene quella serata, giugno 1995, quando un miracolo atmosferico aveva fatto sì che lo spettacolo riuscisse ad andare in scena: un appuntamento speciale quell’anno alla Biennale. Elio e Giovanna erano tra coloro che si erano messi sotto, sudati, armati di asciugamani, per rendere di nuovo agibile quello spazio inedito.

Un miracolo atmosferico chiude anche i Turcs, che è la prima cosa scritta da Pier Paolo Pasolini per il teatro, a ventidue anni, nel maggio del 1944, in lingua friulana.

Nel finale – drammatico, doloroso – una tempesta di polvere si solleva dai campi e tiene lontani i Turchi, pronti a saccheggiare e distruggere un piccolo paese, uno dei tanti nella loro avanzata in Friuli. Poi succede il miracolo. Casarsa, settembre 1499: il paese è salvo.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Nel cortile della casa colonica

Ricordo bene anche un’altra serata. L’anno dopo, quegli stessi Turcs erano andati in scena nella grande corte di una casa colonica friulana – i Colonos appunto – a Villacaccia di Lestizza (UD), paese non troppo distante da Casarsa, il luogo mitico dell’infanzia pasoliniana. Ristrutturati e sede di iniziative culturali, l’edificio, il fienile le mura dei Colonos facevano da sfondo al teatro aurorale di Pasolini.

Più di quanto non fosse capitato a Venezia, il pubblico quella sera, era in perfetta sintonia con quella lingua, che l’autore, 50 anni prima, aveva reso ancora più antica. Filologia sentimentale, scrive Stefano Casi nel suo bel libro sui teatri di Pasolini. Quell’aia, nella campagna friulana, era il luogo esatto.

I Turcs e i tedeschi

Era infatti più facile, qui, vivere e raccontare la sovrapposizione storica che aveva spinto il giovane Pasolini, a cimentarsi con il teatro. Le invasioni turche nel Friuli del 1499 e gli eccidi e le devastazioni prodotte negli stessi luoghi dalle truppe di occupazione tedesca, nel 1944. Coincidenza di numeri e guerre.

I-Turcs-tal-Friul-pagina manoscritto
La preghiera. Manoscritto dei Turcs conservato nel Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia (Ud).

“Forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano” aveva precisato in una lettera di qualche anno dopo. Ritrovato a Casarsa, in una “mitica cassapanca”, il manoscritto era stato pubblicato solo nel 1976. E non fu difficile costruirci sopra una mitologia locale, che vedeva l’antica storia della famiglia Colussi (il nome della madre dello scrittore e regista) diventare una specie di profezia, come spesso si è fatto per la scrittura e il pensiero pasoliniano. Ma l’uccisione del fratello Guidalberto Pasolini (nel controverso episodio di scontro partigiano, alle malghe di Porzûs, febbraio ’45) è successivo alla stesura del testo ( il maggio ’44).

La meglio gioventù

L’allestimento dello spettacolo, nel 1995/96, aveva fatto sì che attorno a Giovanna Marini e a De Capitani si raccogliesse un gruppo entusiasta di giovani (e anche meno giovani) attori. Qualche anno dopo sarebbero diventati la meglio gioventù del teatro del Friuli Venezia Giulia. A sfogliare le immagini – frutto della sensibilità fotografica di Luca d’Agostino – si ritrovano molti dei protagonisti odierni, che la locandina più sotto svela. A guidarli, figura austera e antico volto, la bravura di Lucila Morlacchi.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

La visione stream dei Turcs tal Friûl (dalle ore 18.00 fino alle 24.00, sul sito e sulla pagina Facebook del Rossetti di Trieste) è uno dei tanti appuntamenti di Una stagione sul sofà, progetto di teatro nell’emergenza, ideato dagli Stabili del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e di Bolzano. Vi partecipa anche lo Stabile Sloveno di Trieste che sempre oggi domenica (alle ore 16.00 e per 48 ore) manda in video Zio Vanja con la regia di Ivica Buljan.

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I Turcs tal Friûl
di Pier Paolo Pasolini
regia Elio De Capitani
interpreti: Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini, Renato Rinaldi, Giovanni Visentin, Francesco Ursella, Angelo Battel, Aldo Baracchini, Claudio Moretti, Claudia Grimaz, Francesca Breschi, Tania Pividori, Sandra Cosatto, Ada De Logu, Claudia Mortali, Chiara Minca, Elena Molinari, Daniela Zorzini, Massimo Somaglino, Elvio Scruzzi, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, Stefano Rota, Monica Aguzzi, Giampaolo Andreutti, Franca Baracchini, Gabriele Benedetti, Marco Brollo, Antonio Cantarutti, Giancarlo Celant, Federico Corubolo, Massimo Furlano, Alessandro Gasparini, Andrea Orel, Maurizio Persello, Alessandro Quarta, Xavier Rebút, Enzo Tonini
scene Carlo Sala
costumi Carlo Sala
musiche e cori Giovanna Marini

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatridithalia e Biennale di Venezia

Vanni De Luca, il mentalista. Un personaggio in cerca della propria memoria

Valzer per un mentalista è lo spettacolo in cui Vanni De Luca, famoso per l’abilità nel ricordare, si incammina sulle vie del teatro, insieme a due angeli custodi, Freud e Basaglia. Produzione Stabile FVG.

Vanni De Luca ©Simone De Luca
© Simone Di Luca

Il mentalista si concentra. Noi stiamo in silenzio. Lui è bendato. La scacchiera – che solo noi vediamo – è là dietro. Bianca e nera. Il mentalista pronuncia un numero. Casella 37. Il cavallo galoppa con il suo moto tipico, laterale, sbieco. Poi un altro numero e il cavallo si sposta di nuovo. Casella 22, casella 16… sessantatrè mosse del cavallo. Casella 31, 46, 29… In pochi minuti la scacchiera viene percorsa da cima a fondo, mossa dopo mossa, tutte le 64 caselle. Senza mai guardare. È tutto un lavoro di cervello.

Da spettatore, mi immagino l’orchestrazione di quel cervello. Ogni volta che la memoria si mette in moto è un ballo di sinapsi, un accendersi di neuroni. Fiumi chimici e elettrici che si scatenano, inneschi a cascata di neurotrasmettitori. La memoria è luna-park meraviglioso, retto da regole non tutte conosciute.

Valzer Mentalista DI Luca
© Simone Di Luca

Come nell’Ottocento

Vanni De Luca è noto per la sua memoria. Ci ha costruito sopra una carriera, come facevano gli illusionisti dell’Ottocento: fenomeni da baraccone che stupivano un pubblico allora ignaro di cinema e di televisione. Fenomeni come l’uomo-scimmia, il mangiatore di spade, la donna segata in due. 

Scrive invece alla rovescia, Vanni De Luca, ripete serie infinite di numeri casuali, scioglie enigmi matematici. Delle 101.698 parole della Divina Commedia conosce ogni singola posizione. Risolve il cubo di Rubik in un battibaleno. Tutto nello stesso istante, sia ben chiaro. Fenomeno anche lui. 

Ma non gli basta: la mente non è una macchina calcolatrice. Almeno, non è solo questo. La mente è memoria. E quindi passato, identità, personalità, persona.

Dalle esibizioni che lo hanno reso famoso (come famosi sono stati i mentalisti Harry Kahne e Derren Brown) e dal suo spettacolo di magia mnemonica (Prodigi, visto due anni fa al Teatro Bobbio), Vanni De Luca è approdato alla storia, al racconto, al pieno di un personaggio, che potrebbe essere lui, ma non è lui. Al gioco ambiguo che si chiama teatro.

Lungo il nuovo percorso teatrale lo hanno accompagnato il RossettiStabile del Friuli Venezia Giulia con questa nuova produzione, Davide Calabrese e Fabio Vignarelli, autori, Marco Lorenzi, regista della compagnia Il mulino di Amleto e dello spettacolo che, del mnemonista infallibile, fa invece un uomo con tante capacità e altrettanti deficit.

Anche nel Novecento

Valzer per un mentalista (in scena fino a domenica 1 dicembre nella sala Bartoli, a Trieste, dove tornerà nel gennaio 2020) racconta la storia di un individuo che ha perso la memoria e, al tempo stesso, la storia di una scienza che nella memoria ha trovato uno dei suoi principali strumenti: la psicoanalisi.

Valzer per un mentalista - Vanni De Luca
Romina Colbasso, Vanni De Luca © Simone Di Luca

1919: un uomo è ricoverato nella stanza del Nuovo Frenocomio di Trieste inaugurato dieci anni prima. Frenocomio, cioè manicomio. Privo di memoria, quell’uomo è anche privo anche di sé, e lo sarebbe pure delle relazioni con gli altri, se non condividesse le proprie giornate, soprattutto le notti, con un compagno di stanza. Ingombrante e violento, autoritario e malevolo. Oggi si chiama paranoia, ma nella storia dell’uomo che smarrì il proprio passato è un diavolo perverso, che ne fa il suo schiavo e lo tiene legato alla catena della disperazione. Frequenta quella stanza anche una giovane praticante di medicina. Incondizionatamente, la dottoressa ama gli studi e le ipotesi del dottor Freud, li mette in pratica e vuole diffonderli. Si è presa a cuore il caso dello smemorato e il suo obbiettivo è guarirlo. (Io ti salverò, intitolava Hitchcock).

Da spettatore, dalla mia poltrona, mi angosciano le notti insonni e la disperazione di quell’uomo prigioniero dei demoni della sua stanza. Che è abitata da creature ibride, dall’aspetto animale e umano, come nei deliri lucidi della pittura surrealista, o nei racconti di Kafka. Mi tornano pure in mente i grandi racconti di amnesia. Dallo smemorato di Collegno a Mulholland Drive di David Lynch. Da Se mi lasci ti cancello al diario di una identità redenta che è l’emozionante Un modo perduto e ritrovato del neuropsicologo russo Aleksandr Lurija. Per i fanatici del teatro, pure a Sandro Lombardi, Roberto Herlitzka, Sonia Bergamasco, Sergio Bini, Ermanna Montanari, nel film Il mnemonista di Paolo Rosa.

Valzer per un mentalista - Vanni De Luca
Andrea Germani, Vanni De Luca © Simone Di Luca

Ma si affacciano alla mia memoria – abbastanza salda, almeno finora – anche le pene dell’uomo che, al contrario, ricordava tutto, ma proprio tutto: i rami e i grappoli di una pergola, la disposizione esatta delle nuvole nel cielo in un preciso giorno della sua vita. E qui dovete prendere in mano Finzioni di Jorge Luis Borges, poi ritrovare il racconto intitolato Funes, o della memoria. E convincervi che anche dimenticare, non ritrovare più cose e ricordi, perdere i pezzi, è necessario. Perché pulisce e libera il cestino della carta straccia della mente. 

Alla ricerca dell’io perduto

In Valzer di un mentalista, Nemo, il protagonista senza identità, percorrerà una tormentosa strada di ricostruzione dell’io.  Si scontrerà con i propri demoni, nei corpo a corpo con Andrea Germani, sulfureo alter-ego, cinico, manesco, con le sembianze di un Mangiafuoco irridente, un Elton John ritagliato da favole di paura.

Valzer per un mentalista - Vanni De Luca
© Simone Di Luca

Si affiderà anche alle tutele che la volenterosa medichessa, occhiali e cartella clinica, Romina Colbasso, gli garantirà per non sottoporlo ai trattamenti sanitari che l’umanità di Franco Basaglia, ma solo alla fine degli anni ’60, riuscì a allontanare da quel luogo di tortura, prima che di cura. 

Valzer per un mentalista ha un finale aperto, da non raccontare. Anche perché nel mastermind del nostro cervello, nulla è definitivo, nulla è dato per certo. La memoria è un animale dinamico. A pari merito con la memoria, c’è anche l’oblio, che è un altro grande dono della natura umana.

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Valzer per un mentalista
di Davide Calabrese e Fabio Vagnarelli
regia di Marco Lorenzi
aiuto regia Yuri D’Agostino
con Vanni De Luca, Andrea Germani e Romina Colbasso
visual concept e luci di Eleonora Diana
musiche di Giorgio Tedesco
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Marionette e salute. Check-up per i Piccoli di Podrecca

Anche le teste di legno parlano. Se poi, come marionette, hanno avuto la fortuna di far parte di quella grande famiglia che Vittorio Podrecca aveva fondato e chiamato “I Piccoli”, tanto più importante è la loro voce. O meglio, quella dei loro marionettisti.

I Piccoli (ph. Eugenio Spagnol)

Fenomeno tra i più clamorosi dello spettacolo italiano di cento anni fa, I Piccoli di Podrecca ne avrebbero di storie e di racconti. “A rappresentare l’Italia nel mondo erano, in quel periodo, Arturo Toscanini e i Piccoli – spiega Alfonso Cipolla, uno dei massimi esperti di teatro di figura – in altre parole: l’opera lirica rappresentata tradizionalmente, e la bellezza della modernità che Podrecca vi aggiungeva”.

Un’infinita storia di bauli

Dagli anni ’10 (la compagnia venne fondata a Roma, nel 1914) la storia delle marionette Podrecca è anche una storia infinita di bauli che hanno fatto più volte il giro del mondo. “Quando partivano, era un treno che partiva… una compagnia di 40 persone, tra marionettisti e orchestrali fissi, tecnici e macchinisti, più un’enorme quantità di materiale” ricorda ancora Faustina Braga, marionettista quasi 90enne, restituendo i vividi ricordi di quei viaggi e le decine di casse, all’imbarco nelle stive dei transatlantici che a cominciare dagli anni ’30 trasportarono anche oltre oceano l’arte canora e gestuale di quegli straordinari pupazzi.

Marionettisti sul ponte e marionette dello spettacolo Varietà

Pupazzi che per decenni, dopo lo scioglimento della compagnia, hanno dormito là, dentro i loro bauli. E che adesso, tutti assieme, possono tornare a mostrarsi.

Si è infatti concluso il progetto di inventario, catalogazione (e in parte di restauro), avviato su bando del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che ha visto in prima fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (dal 1979 proprietario di quelle marionette) e la Cooperativa Cassiopea, che da decenni si dedica al restauro e alla manutenzione viva di questo patrimonio d’arte. (Leggi quanto scrivevo tre anni fa sullo spettacolo Una meravigliosa invenzione).

Alla Centrale Idrodinamica del Porto Vecchio di Trieste, giovedì 11 ottobre, è stata perciò annunciata la conclusione del lavoro di inventario e catalogazione. Alle quale hanno partecipato, oltre al personale dello Stabile Fvg, anche Barbara Della Polla e Ennio Guerrato della Cooperativa Cassiopea, e una ventina di studenti liceali che hanno incluso questa attività nei progetti di alternanza scuola – lavoro (in particolare i ragazzi della IV H, del Liceo Petrarca, coordinati da Patrizia Picamus).

Una carta d’identità per le marionette

Si è trattato di aprire bauli che non venivano aperti da decenni, più di 50, riportare alla luce quelle antiche marionette (alcune risalgono agli anni ’20), valutarne lo stato …di salute, e infine  attribuire loro un’identità, provando a capire a che spettacolo della Compagnia Podrecca appartenessero.

Varietà, i toreri (ph. Roberto Canziani)

Dunque un check-up in piena regola, finalizzato alla compilazione di una carta d’identità marionettesca per ciascuno degli oltre 500 pezzi di cui si compone la collezione. (Altri pezzi appartengono invece alla collezione di Maria Signorelli, ospiti del Centro Internazionale Podrecca -Signorelli, inaugurato nel 2016 a Cividale Del Friuli, città d’origine dei Podrecca).

Dai bauli sono scaturite sorprese. “È stato un lavoro meticoloso – spiega Barbara Della Polla – perché già in passato erano stati avviati alcuni inventari, mai completi però. Ora quei contenitori hanno svelato i loro segreti, e in qualche caso ci hanno entusiasmato”.

Varietà, i mariachi (ph. Roberto Canziani)

Nel dare respiro alle antiche teste di legno, oltre a immancabili segni del tempo (e a tarli e tarme), gli specialisti e gli studenti hanno trovato pezzi di altissimo artigianato. Ad esempio: la marionetta della Scimmia fumatrice, che grazie a un ingegnoso sistema di fili e tubicini permetteva al pupazzo i tipici movimenti scimmieschi. Ma anche di godersi davanti al pubblico una fumigante sigaretta (a fumare e a soffiare nei tubi, dall’alto del ponte di manovra, era ovviamente il marionettista).

Inedito e di gran bella fattura (“quasi un’opera scultorea”) il Formichiere, appartenuto a chissà quale spettacolo. Bella e ben conservata anche la marionetta “tropicale” di Carmen Miranda, regina delle lunghe tournée mondiali dei Piccoli.

Varietà, Carmen Miranda (ph. Roberto Canziani)

“Dopo aver allestito opere musicali in tutta Europa – spiega Della Polla – i Podrecca capirono di dover varcare l’oceano e si misero in viaggio per Nord e Sudamerica. Ma dall’altra parte dei mari i gusti del pubblico erano differenti. Ecco allora l’idea di concentrarsi sulle meraviglie visive di uno spettacolo intitolato Varietà in cui confluivano i più disparati generi musicali e i più incredibili virtuosismi tecnici”.

Varietà diventa un’attrazione  mondiale

Con quel carosello di numeri, Varietà e i suoi pupazzi divennero un’attrazione mondiale – ciò che appunto ricordava Cipolla. Esemplare in questo senso la storia di una marionetta in abito di Arlecchino, diventata famosa negli Stati Uniti, come “presentatore” di show serali.

Varietà, il coro jazz (ph. Roberto Canziani)

La scoperta più curiosa è quella di un pezzo risalente forse agli anni ’20. Catalogato come “giovane giullare”, il corpo della marionetta è privo della testa, ma alle estremità spuntano incomprensibili zampe d’uccello. “È stata una bella sorpresa ritrovare, però in un altro baule, una testa di pappagallo che combacia perfettamente con quel corpo. Una figura antropomorfa, con caratteri animali” segnala infine Della Polla.

Dai pezzi storici, il catalogo della collezione si estende a creazioni più recenti. Sono inventariate anche le marionette che registi come Francesco Macedonio, Furio Bordon, Roberto Piaggio, Giulio Ciabatti hanno fatto costruire ex novo per i loro spettacoli: Flauti Magici, Belle Addormentate, o le favole di Carlo Goldoni e Carlo Gozzi. Che sono andati a comporre, a cominciare dagli anni ’80, il nuovo teatro di figura in Fvg, eredità della tradizione “mondiale” dei gloriosi marionettisti Podrecca.

L’Arcadia in Brenta, di Goldoni e Galuppi, regia Francesco Macedonio, 1985

Una versione ridotta di questo post è appara sull’edizione cartacea del quotidiano IL PICCOLO, venerdì 12 ottobre 2018.

Scalare montagne. Un gesto d’arte di paurosa bellezza

L’arrampicata come danza e come meditazione. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre rocciatori, i loro pensieri, le loro ascese nella scrittura di Marko Sosič portata in palcoscenico da Matjaž Farič.

Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza è uno spettacolo che porta alla superficie l’aspirazione che ha segnato la vita pericolosa e ardita di tre rocciatori nati a Trieste. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre figure essenziali dell’alpinismo moderno, che hanno allenato  il proprio corpo e i propri pensieri a un’esperienza d’elevazione. In quell’anelito fisico, ma anche meditativo e per molti aspetti filosofico, tutti e tre hanno riposto e perso la vita. Come Comici, tradito da un cordino a 39 anni durante una banale esercitazione. Come Cozzolino e Weiss, precipitati giovanissimi, uno a 23 sul monte Civetta, l’altra a 26 sulle Pale di San Martino. Tre atleti, e nello stesso senso tre artisti, tre idealisti, attratti dal tentante e ugualmente spaventoso abbraccio del vuoto, consapevoli e fiduciosi nelle proprie forze, animati da un rapporto religioso, se non mistico, con la montagna.

Emilio Comici (1901- 1940) in un’ascensione

Uno sguardo contemporaneo comprende l’arte della scalata e quella della danza. Identica la conoscenza del corpo e delle sue forze. Identiche la precisione, la disciplina e la fiducia nelle tecniche. Tanto che che a volte coreografia e alpinismo trovano percorsi paralleli. In Italia, un filone sempre più interessante si chiama “danza verticale” e adotta imbragature, moschettoni, corde. In Francia si chiama addirittura “danse escalade” e porta ai livelli estremi un’aspirazione che è stata tipica della danza, così come lo è dell’arrampicata: contrastare l’inesorabile forza della gravità, la nostra salvezza, la nostra condanna.

Nessuno stupore quindi se, a portare in scena le parole che lo scrittore Marko Sosič ha scelto per ripercorrere in uno spazio teatrale i pensieri e gli scritti di Comici, Cozzolino, Weiss, è un regista che ha riservato gran parte della propria carriera alla coreografia: Matjaž Farič .

Sul palcoscenico piccolo del Teatro Stabile Sloveno, a Trieste, dove Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza ha debuttato in una doppia edizione (italiana e slovena, frutto di una collaborazione tra Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Stabile Sloveno di Trieste) a prevalere sono comunque le parole scritte da Sosič: un flusso che è monologo interiore e dialogo ad alta quota e che intercetta ciò che la storia personale di quelle tre figure ci consegna. Mentre prova a esplorare, in soggettiva, una spinta e una dedizione totale.

Io intendo l’alpinismo soprattutto come arte, come, per esempio, la danza o, se vuoi, l’arte del violino… Perché se sei padrone assoluto della tecnica dell’arrampicare, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza” riflette Emilio Comici in uno dei suoi scritti, raccolti in Alpinismo eroico (postumo, 1942) e segnati con evidenza dallo spirito dell’epoca, pieno fascismo. Dai quali però, superando la zona d’ombra, è possibile distillare la stessa aspirazione che negli anni ‘60 e ‘70 faceva intraprendere a Cozzolino e Weiss, compagni di scalata, oltre che di vita e quasi di morte, una identica scelta. L’esperienza etica ed estetica del corpo umano che si confronta liberamente con il corpo roccioso della montagna. La poetica della “goccia che cade” (la via più breve e più essenziale, più naturale, sulla quale disegnare l’ascensione alla cima) come prescrizione tecnica e scelta poetica.

Non si fa fatica a immaginare quanto sia stato difficoltoso, ma direi anche esaltante, per i sei attori, tre nella versione italiana, altrettanti in quella slovena, aderire alle richieste del testo e allo stesso tempo della regia. Una piattaforma orizzontale li incita ad adottare la stessa tecnica di leggerezza che gli scalatori liberi adottano in verticale. E dietro a loro, le impressionanti riprese video dello stesso Farič, esaltano il senso della vertigine sparando negli occhi dello spettatore la maestosità del Monte Mangart (2679 metri, sulle alpi Giulie) e nelle sue orecchie una colonna sonora nella quale, accanto a Noto & Sakamoto, a dominare è il ritornello inesorabile di Signora illusione, antico richiamo di regime, della fine degli anni ‘30, appunto (ascoltala qui, cantata da Lina Termini).

Evade volutamente la ricostruzione storica e documentaria, Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza. Ma nei suoi tanti spessori – spettacolari, etici, comprese le pieghe insondabili della scelta mistica e della adesione politica – permette allo spettatore di immaginare, quasi di compiere, in sicurezza, quei voli che a i tre angeli delle Dolomiti e delle Alpi Giulie, rubarono la vita, senza che ne avessero rimorso.

Guarda la scheda della versione in lingua italiana – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Guarda la scheda della versione in lingua slovena – SSG Trst TSS – Teatro Stabile Sloveno