STORIE – Trattoria con vista. Un golfo per Francesco Macedonio

Non è la stessa notorietà che hanno avuto – mettiamo – Harold Pinter, oppure Milva, o alcuni degli altri artisti protagonisti di STORIE, i miei Incontri con uomini e donne straordinari (ne trovate in questo blog almeno una dozzina, qui oppure qui).

Ma per me, e per molti di quelli che leggeranno questo post, il nome di Francesco Macedonio è altrettanto importante. Più importante, anzi.

Francesco Macedonio
Francesco Macedonio

Perché quassù a Nordest, il regista Francesco Macedonio è stato generatore di una svolta e poi punto fermo del teatro che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni.

Il teatro delle lingue

Mi spiego. Per quella che è stata, nel tempo, la storia d’Italia, ci sono città che anche a teatro hanno dato dignità alta e alta rilevanza alla loro lingua – o se volete, al loro dialetto – anche a teatro: Venezia, Napoli. Pure Palermo, e più in generale la Sicilia. È superfluo che vi dica perché, o che vi elenchi gli autori: è una cosa che fa parte del dna culturale della nazione.

Altre città, come Firenze, Bologna, Genova, Bari, che pure hanno coltivato le loro lingue – o se volete dialetti – non sono riuscite a costruire altrettanto forti drammaturgie. E il bolognese, il fiorentino, il genovese, il barese, le loro parlate insomma, sono rimaste di preferenza legate al teatro amatoriale, alle filodrammatiche, alle compagnie dilettanti.

Varianti adriatiche. Di terra e di mare

Francesco Macedonio, in quasi cinquant’anni di progetti teatrali e con la sua attenzione alla lingua che ancora si parla, in tante varianti, sulle coste dell’Adriatico settentrionale, nella città di Trieste, e nei dintorni, è riuscito nell’impresa di darle qualità artistica e spessore teatrale. Di farne un tramite d’arte. E ha aperto un lungo filone, che ancora adesso, a più quattro decenni dalle sue prime prove, si nutre di autori e spettatori numerosissimi.

Carpinteri e Faraguna - Le Maldobrìe

Dalle Maldobrìe (inizio anni ’70), le storie di terra e di mare, raccontate nei dialetti istro-dalmati delle coste e dei porti dell’Adriatico (autori Carpinteri & Faraguna) alla rievocazione di eventi fissati nella storia locale: A casa tra un poco (I foghisti dell Lloyd) (1976, autori Roberto Damiani e Claudio Grisancich). 

Dal sodalizio con Tullio Kezich (per un affettuosa trilogia autobiografica del critico cinematografico, nato e cresciuto a Trieste, o per curiose rivisitazioni della vita di Italo Svevo, L’ultimo carneval, anni ’90) al lavoro di memoria collettiva avviato poi con giornalisti come Roberto Curci (Sariàndole, Tramàchi) e Pierluigi Sabatti (Vola colomba). 

Francesco Macedonio e La Contrada

Attraverso la loro scrittura, e con le regie a cui Macedonio metteva mano, i dialetti dell’alto Adriatico hanno trovato una dignità teatrale e un assetto professionistico, sia presso il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, sia presso la compagnia di teatro popolare da lui stesso co-fondata, nel 1976, La Contrada.

Nel 2004, a 87 anni, Macedonio è scomparso. In quella Gorizia dov’era cresciuto e aveva sempre vissuto, a poche centinaia di metri dalla Stazione Transalpina, posta tra Italia a Slovenia e tagliata a metà, negli anni della guerra fredda, dalla Cortina di Ferro. Ma diventata ora uno dei confini più facilmente valicabili di tutta Europa.

Dieci anni dopo

Qualche sera fa, a Trieste, al Teatro Bobbio, sede della Contrada, si è voluto ricordare la poetica e la carriera di Francesco Macedonio. In una lunga serata, nella quale spezzoni video, fotografie, ricordi dei suoi interpreti, frammenti di aneddotica, hanno ridisegnato a 360 gradi la sua personalità e il suo lavoro (che non si limitava a Trieste, ma si era esteso, per esempio a Bologna).

Francesco Macedonio
Screenshot

A tanti racconti ho aggiunto anch’io un breve contributo che, tra le altre cose, rievocava questo episodio della mia, e della sua, vita. Ve lo racconto in questo nuovo capitolo di STORIE.

La collina sopra il golfo

2012, giugno mi pare. Francesco aveva appena vinto il premio teatrale Flaiano, così qualche sera dopo, decisi di festeggiare con lui, e lo portai a cena in una trattoria sul mare. Di solito, i posti dove incontrarci li sceglieva lui, nella pianura friulana, o attorno a Gorizia. Quella volta fui io a scegliere un posto, proprio quello, su una collina dell’ultima città prima del confine sloveno: Muggia. Un ristorante di pesce, con la terrazza che dall’alto spaziava su tutto il golfo di Trieste

Il golfo di Trieste, sullo sfondo il profilo delle Alpi Giulie e Carniche

Era quasi sera, guardando a Nord, oltre i cantieri Monfalcone, si potevano scorgere, chissà, Gorizia e il Collio, famoso per i vini, e ancora più in là, forse, i monti della Slovenia, verso Idria, il paesino dove lui era nato e dove aveva visto per la prima volta il cinema, proiettato su un lenzuolo. 

Se ci voltava a Sud, a riflettersi nel mare era la costa istriana, quella dei racconti di terra e di mare che lui aveva messo in fila nelle Maldobrìe. Tra Nord e Sud, nel mezzo, Trieste nella mezza luce del tramonto. La città che lo aveva fatto diventare regista. 

In cerca di un’auto

A un certo punto, puntando il dito a Nord, a Sud, dappertutto, e con un tono che voleva essere solenne, che avrebbe voluto toccargli il cuore, gli ho detto: “Cesco, questa xè tutta roba tua” (Francesco, questa è la tua storia). È rimasto pensieroso per un po’, ma non si è scomposto più di tanto. “È vero, è vero. Hai ragione” ha risposto. Fine.

Non era vero però, che non si fosse turbato. Me lo aveva nascosto. Quando siamo tornati a riprendere la sua automobile, aveva in subbuglio in testa, e non ricordava affatto dove l’aveva posteggiata. Due ore buone siamo stati, lungo i moli di Trieste, avanti e indietro, oramai nella notte, per ritrovare la vettura, sperando che il carro attrezzi non l’avesse portata via. 

Che quadretto. Che teatro. Regista e giornalista, appiedati davanti al mare, persi nella notte. In cerca, non di un autore, ma di un’auto.

Nikola Tesla, elettricità, luci, ombre. E in più Elon Musk, che vorrebbe vestirne gli abiti

Figura enorme nella storia del Novecento, Nikola Tesla è stato uno scienziato, ma anche un personaggio opaco. Di cui si è detto molto, e forse non tutto. 

Ksenija Martinović e Federico Bellini gli hanno costruito attorno uno spettacolo. Va in scena domani, venerdì 15 e sabato 16 dicembre 2023 nella stagione di Teatro Contatto a Udine.

Tesla - Ksenija Martinović- Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Scienziato. Ma anche un po’ mago. Inventore bizzarro, futurista, solitario. Gli aggettivi non non mancano se si parla di Nikola Tesla. E non solo per i contributi che ha dato all’avanzamento di scienza e tecnologia.

Idealista, utopista. Eppure relegato sempre in un cono d’ombra. Compulsivo, misantropo, celibe a oltranza. Al tempo stesso visionario, intuitivo, seduttivo.

Soprattutto avanti. Tanto avanti che non si spiegherebbe altrimenti il fatto che l’automobile del futuro, quella che si guiderà da sola, oggi porti il suo nome. Tesla lo scienziato ieri. Tesla il marchio oggi. Frontiera avveniristica e capitalismo finanziario. Spoiler: da tempo Elon Musk ci sta mettendo sopra le zampe. 

Tesla, mito opaco

Nell’universo dei processi tecnologici, ma non solo, Nikola Tesla (1856-1943) è una stella enorme, per quanto opaca. Mancò di un soffio il Premio Nobel, ma un’unità di misura magnetica porta oggi il suo nome. Collaborò con Thomas Alva Edison, però contro di lui combatté la “guerra delle correnti“: alternata e vittoriosa la sua, continua ma indispensabile quella di Edison.

Registrò quasi 300 brevetti (qualcuno sussurra 700), sui quali si appoggiano oggi, un secolo dopo, la luce al neon, il radar, le applicazioni wireless, le microonde, la fisica del plasma.

Testa a Mittelfest 2023 - Ph Luca A. d'Agostino
Tesla in replica a Mittelfest 2023 – ph Luca A. d’Agostino

Nikola Tesla, personaggio di cui si è detto il dicibile. Forse anche di più. Scienziato di genio. O magico illusionista. Generoso filantropo. Anche baro sconfitto. Non è difficile pensare a lui come oggi si pensa ad Elon Musk, che da Tesla ritiene di aver ereditato lo sguardo visionario. E dice di avere i capitali – lui, oggi l’uomo più ricco del mondo – per rendere concreto, oggi, ciò che lo scienziato ieri non ebbe i mezzi per realizzare. Anche se pochi ci credono.

A Udine, da domani sera

A gettare più luce sulle due figure, grandi e controverse, è ora uno spettacolo teatrale. Il titolo è appunto Tesla. Lo firmano assieme Ksenija Martinović (che lo ha ideato e lo interpreta) e Federico Bellini (che si è concentrato della drammaturgia). Co-prodotto da CSS di Udine e da Teatro La Contrada di Trieste, Tesla è frutto di un lavoro di residenze artistiche, durato quasi un anno, a cui ha partecipato anche Artisti.Associati di Gorizia, e ha avuto un suo primo battesimo a Mittelfest 2023.

Lo si può rivedere da domani a Udine, nella stagione di Teatro Contatto.

Tesla - Ksenija Martinović- Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Dalla Serbia agli USA

Ce ne parla Martinović, attrice nata a Belgrado, perfettamente bilingue, che sulla propria speciale biografia aveva già avuto modo di costruire Diario di una casalinga serba e poi Mileva, docu-ritratto teatrale della prima moglie di Albert Einstein. Scienziata anche lei, si chiamava Mileva Marić.

Tocca ora a Tesla, altra decisiva figura che sembra incrociare la sua vita. Anche perché Serbia e Croazia si contendono ancora i natali di Tesla, nato in un villaggio croato, figlio di una famiglia serba, in anni in cui quelle terre erano parte dell’Impero austroungarico. Naturalizzato statunitense, Tesla divenne nel 1891 cittadino di quel continente delle promesse. Che lo avrebbe però fatto morire, solo e senza un soldo, a 86 anni, in una stanza d’albergo a New York, prima che venissero riconosciti a lui importanti brevetti, già attribuiti a Guglielmo Marconi.

Nikola Tesla
Nikola Tesla

Due ragazzine al Museo Tesla, a Belgrado

Avevo davvero la necessità di raccontare Tesla” spiega Martinović. “Ivana Abramovic, che vi ha collaborato come consulente scientifica, è specialista in fisica nucleare, docente al Mit di Boston, ma è stata anche la mia migliore amica d’infanzia. Sua madre, Marija (cognata della più nota performer, Marina Abramović) ha diretto per lungo tempo il Museo Nikola Tesla a Belgrado”.

Il Museo Tesla, oggi, a Belgrado

E continua: “Le storie che Ivana mi raccontava, le visite che facevamo al museo, l’impressione che suscitava in noi la stanza più in fondo, quella dedicata alla Wardenclyffe Tower, l’ultimo utopistico e fallimentare progetto di Tesla. Tutto ciò ha alimentato in me il bisogno di esplorare questa incredibile biografia. Tanto più che il busto di Tesla, oggi esposto a Long Island, è opera di uno scultore che era mio zio“.

Tesla - Ksenija Martinović - Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Lavorare sugli archivi

Se il dato biografico ha il suo ruolo, c’è anche uno spessore di documenti originali, in parte inediti, che Martinović e Bellini hanno messo assieme per dare un taglio non scontato al lavoro. Oltre ai tanti volumi consultati, molte informazioni provengono da ricerche effettuate nell’archivio del New York Times. Ma anche – per dirne una curiosa – dalla biblioteca della Comunità serbo-ortodossa di Trieste.

Di Nikola Tesla, in altre parole, non si è ancora detto tutto. E lo spettacolo contribuisce anche a scoprire un sacco di cose nuove su di lui. E su Elon Musk, di conseguenza.

[articolo pubblicato in origine sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, 29 luglio 2023]

– – – – – – – – – – 
TESLA
creazione scenica di Ksenija Martinović e Federico Bellini
testo di Ksenija Martinović e Federico Bellini
performer Ksenija Martinović
sound design Antonio Della Marina
consulente scientifica Ivana Abramović
coreografia terzo quadro Matilde Ceron
video Sonia Veronelli
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e La Contrada Teatro stabile di Trieste

Pasolini nudo e l’ostinazione del vero

Nell’ottobre del 1975, qualche settimana prima della tragica notte all’Idroscalo, Pier Paolo Pasolini commissionò al fotografo Dino Prediali una serie di fotografie che lo ritraevano nudo. “Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto“.

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph. Dino Previali

Da quel servizio fotografico, 78 immagini, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto accompagnare la pubblicazione di Petrolio, ma soprattutto da una serie di articoli che tra il 1968 e il 1970 Pasolini aveva scritto per la sua rubrica, intitolata Il caos, sul settimanale Tempo, è partito il lavoro di Diana Höbel, ideatrice, autrice, attrice.

Il suo Pasolini – il Caos contro il Terrore, prodotto da La Contrada si replica fino a domani sera al Teatro dei Fabbri, a Trieste.

Teatro come incenso. Pagine corsare

Lavoro documentario, ma al tempo stesso molto personale, in cui Höbel riprende in mano quegli articoli, per forza di cose corsari, e li rilegge alla luce del presente. Meglio: alla luce della presenza di Pasolini nel presente. Sollecitata, anzi parecchio contrariata, dalla mole di materiali e dall’incenso che lo scorso anno (il centenario della nascita) hanno santificato, mercificato, definitivamente consumato PPP.

Proprio lui, pubblica accusa in tutti i processi, passati e presenti, al consumismo.

Pier Paolo Pasolini - immagine di Paolo Cervi Kervischer
PPP – immagine di Paolo Cervi Kervischer

L’orticaria

Chi segue questo blog, probabilmente sa quante volte la celebrazione teatrale di anniversari e ricorrenze mi abbia procurato l’orticaria. Niente di più noioso, fastidioso, mercantile, a volte repellente, degli spettacoli che negli scorsi anni hanno festeggiato i cento, duecento, mille anni, dalla nascita o dalla morte di Leonardo Da Vinci, Primo Levi, Dante Alighieri, Pier Paolo Pasolini. Per non parlare della prima guerra mondiale e dell’attuale revival di Italo Calvino (nato il 15 ottobre del 1923). Poi, “passato il santo, passata la festa”.

Per fortuna, mia e sua, la riflessione di Diana Höbel arriva adesso fuori tempo massimo (Pasolini era nato nel marzo del 1922) e fin da principio si intuisce che non siamo di fronte a uno spettacolo d’occasione. Sembra piuttosto essere nato da una convinzione.

Convinzione come quella che l’aveva spinta, anni fa, a scrivere e portare in scena un testo sulla Ferriera di Servola, a Trieste (l’altoforno ora dismesso e in parte demolito). Allestimento molto documentato anche quello, appassionato e avvincente. Al quale era seguito un mio commento, che per molti mesi è stato uno tra gli articoli più letti di questo blog.

Sai chi era Pasolini? No

Bisogna ora risalire a un anno fa, quando Höbel viene chiamata in una scuola superiore per tenere un laboratorio teatrale su PPP, indirizzato agli studenti del quinto anno. Maturandi. Cinque gli iscritti: quattro ragazze, un ragazzo. “Conoscete Pasolini?”. “No”. “Sapete cosa è stato il Sessantotto?”. “No”.

Non è davvero il caso di indulgere al piagnisteo sulla perdita della memoria nazionale. Anzi, della memoria tout court.

Semmai, bisogna rimboccarsi le maniche. Dare agli adolescenti, alla generazione Z (i nati nei primi dieci anni del 2000), l’opportunità di sapere e capire cos’è successo nell’ultimo cinquantennio. Cioè: qual è stata l’adolescenza dei loro genitori.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
immagine di Paolo Cervi Kervischer

Ma anche dare a noi stessi (i loro genitori,appunto, noi boomer) un’occasione per capire che cosa sia successo, che cosa abbia ribaltato irrevocabilmente la scala di valori su cui si fonda, in questi ragazzi, la percezione e la conoscenza del passato. Del passato prossimo soprattutto.

Il falso e il vero delle nostre vite

Höbel è molto brava nel mettere assieme tutti i materiali che sono necessari per ricostruire il quadro. Ha fatto ricerche, ha riletto libri, ha scavato dentro Google e YouTube, ha sfruttato genialmente i prestiti bibliotecari. 

È stata brava anche sul piano didattico. Ha fatto vedere ai ragazzi il film Teorema (1968). E quelli, senza aver mai incrociato e pronunciato le parole contestazione, alienazione, conflitto di classe, hanno capito quasi tutto.

Chi è il misterioso visitatore (“Arrivo domani”) che in Teorema mette fine al monotono vivere borghese di una famiglia? (ndr: e che famiglia! Silvana Mangano, Laura Betti, Massimo Girotti, Adele Cambria, l’ospite è interpretato da Terence Stamp e c’è pure il poeta Alfonso Gatto).

L’ospite è Dio, lo capiscono presto i ragazzi, istradati anche dalla musica di Ennio Morricone. Il Dio che in nome del Vero, mette a nudo il vuoto ordinario di quella ricca famiglia borghese e cambia e distrugge. Il Dio che “rivela la falsità della loro precedente vita” .

Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema
Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema

Non solo Teorema. Lo spettacolo di Höbel mette in fila molti dei punti più importanti del Pasolini corsaro: dai processi per oscenità al caso Braibanti, dalla poesia in difesa dei poliziotti a Valle Giulia – “Vi odio, cari studenti…” titolava L’Espresso – fino alla complessa vicenda che coinvolge Montedison, Enrico Mattei, Eugenio Cefis e la stesura di Petrolio, pubblicato poi postumo nel 1992.

Il testo intercetta i pensieri e gli scritti di Enzo Biagi, Rossana Rossanda, Elsa Morante, Franco Fortini, Maria Antonietta Macciocchi, Elvio Facchinelli. Lo spettacolo collega poi quelle figure e quei punti con grandi archi, tornando a sottolineare più volte, sempre, come alla base del lavoro di Pasolini ci sia sempre la ricerca del vero, l’ostinazione e l’ossessione del vero.

Della nuda verità, così come nudo, esposto, alla fine è lui nelle fotografie di Prediali (l’ultima viene scattata pochi giorni prima della notte del 2 novembre 1975).

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph Dino Previali

Alle spalle della perfomer

Per Pasolini – il Caos contro il Terrore si dovrebbe parlare di un formato reading. Ma il commento musicale e sonoro che, alle spalle della performer, viene via via costruito dalla chitarra e dal live electronics del duo Baby Gelido (Daniele e Stefano Mastronuzzi) dà un atmosfera e spessore all’allestimento. Che utilizza pure gli acquarelli di Paolo Cervi Kervischer, i quali restituiscono, per evocazione, il teso spirito del tempo.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
Gli scontri a Villa Giulia – immagine di Paolo Cervi Kervischer

È un lavoro, questo, che certo guarda indietro. Ma ha come principale riferimento il presente, e gli adolescenti: la generazione Z, che quel passato ignora. A torto, oppure a ragione.

I pericoli di IA

Dico a ragione e aggiungo una mia riflessione. Al posto di demonizzare le intelligenze artificiali (e il loro agente segreto oggi più famoso Chat GPT), al posto di strapparsi i capelli di fronte ai rischi impliciti nel metaverso, nella post-verità, nel trans-umanesimo, non sarebbe più utile e efficace analizzare e capire quel che succede. A noi, nati nel 1900. A loro nati nel 2000. Potremmo scoprire, per esempio, che la Verità sta perdendo il ruolo di valore cardine. Pericoloso?

Chi lo sa. Per Socrate e poi per Platone l’invenzione della scrittura era sospetta, pericolosa, velenosa. Per la Chiesa di Roma, l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente libera interpretazione della Bibbia erano temibili. Pericolosissime. Sappiamo ciò che è successo dopo. E quanto siamo in debito oggi con la scrittura e la stampa. Ma ci sono voluti cinque secoli e la sociologia per capire che cosa abbia veramente significato la nascita della Galassia Gutenberg e del’homo tipographicus

Oggi ce la vediamo con il digitale. E non c’è forse bisogno di ripetere che le grandi rivoluzioni, i salti senza ritorno nella storia dell’umanità, dipendono dall’evoluzione delle tecnologie.

Pasolini, nel secolo scorso, puntava il dito contro il capitalismo tecnocratico. Oggi il capitalismo è un altro, ma l’attuale tecnocrazia andrebbe capita, studiata, analizzata, criticata. Non con le chiacchiere su Facebook e altri social, ma a fondo. Come faceva Pasolini con il Sessantotto. Nel Sessantotto.

Diana Höbel - locandina spettacolo
Diana Höbel

– – – – – – – – – – 
PASOLINI. IL CAOS CONTRO IL TERRORE
di e con Diana Höbel
musiche originali dal vivo dei Baby Gelido – Daniele e Stefano Mastronuzzi
produzione La Contrada Teatro stabile di Trieste
al Teatro dei Fabbri – Trieste, fino a sabato 28 ottobre 2023 (ore 20.30)

Kronoteatro in residenza. Liberi, come i ciottoli

In questi giorni seguo una attività di Residenza creativa che impegna, a Trieste, due compagnie: Kronoteatro e Maniaci d’Amore. Insieme stanno dando vita alla prima tappa di un progetto che si svilupperà nei prossimi tre anni. Il titolo è La libertà dei ciottoli. La prima uscita pubblica è prevista domani pomeriggio, 11 dicembre, nel quadrilatero del complesso edilizio popolare di Rozzol Melara, nel programma delle Residenze artistiche Vettori, del Teatro La Contrada di Trieste.

Rozzol Melara - Trieste - ph Alex Nesti - - Kronoteatro
Rozzol Melara – Trieste – ph Alex Nesti

Come ciottoli

Ciottoli sono i sassi che l’azione costante dell’acqua del mare, di fiumi e di torrenti leviga e arrotonda. Siamo ciottoli anche noi? Ciottoli umani? 

Consapevoli di essere individui sociali ci accorgiamo facilmente di essere costantemente modellati dal sistema di relazioni in cui ci troviamo a vivere. Ma al tempo stesso disponiamo anche di numerose possibilità di scelta personale.

Qual è la forza delle une e delle altre? Quanto gioca, in questo braccio di ferro, la forma-famiglia: il nucleo sociale più coeso nella gran parte delle società umane?

Da queste domande ha avuto inizio il nuovo progetto di Kronoteatro.
La libertà dei ciottoli è il titolo scelto dalla compagnia ligure, che prevede di impegnarsi, per i prossimi tre anni, nella creazione di tre nuove produzioni teatrali. 

Rozzol Melara - Trieste - ph Alex Nesti - Kronoteatro
ph Alex Nesti

Partner della ricerca saranno rispettivamente l’ensemble di creazione drammaturgica Maniaci d’Amore (formata da Luciana Maniaci e Francesco D’Amore), la coreografa Francesca Foscarini, l’attrice e autrice Francesca Sarteanesi. Collaborazioni strette, ben sperimentate negli scorsi anni.

Assieme a Maniaci d’Amore, Kronoteatro a portato in scena nella precedente stagione La fabbrica degli stronzi, mentre Foscarini e Sarteanesi sono state ospiti della manifestazione che Tommaso Bianco e Alex Nesti e Maurizio Sguotti hanno inventato nel territorio che li ha visti crescere artisticamente, la città di Albenga, in provincia di Savona. Terreni creativi è il loro festival estivo e ha raggiunto, sopratutto negli anni appena passati, ampia visibilità e riconoscimenti.

Edilizia sociale

Siamo a noi a fare la corrente, ma nel frattempo la corrente ci modella. Trovo che in questa frase si riassuma bene la direzione che orienta il progetto triennale di Kronoteatro. E trovo che il luogo scelto per la prima uscita pubblica del progetto, abbia altrettanto valore.

Il complesso edilizio di Rozzol Melara, a metà strada tra il centro di Trieste, città affacciata sul mare, e l’altipiano carsico, suo naturale retroterra, ha un forte valore simbolico. 

Rozzol Melara - Trieste - ph Alex Nesti
ph Alex Nesti

È il risultato di un pensiero urbanistico che ha attraversato l’Italia negli anni Sessanta e Settanta, ispirato anche da Le Corbusier, e ha promosso l’edificazione di impressionati cattedrali laiche. Compressione sociale e ecumenismo edilizio

Questa di Rozzol Melara di Trieste, ma anche le Vele di Scampia, lo Zen di Palermo, il Corviale a Roma, il “biscione” di Genova e altre meno note. Paradigmi di residenza popolare e ultrapopolare, che hanno inciso, oltre che il tempo dell’architettura, anche la vita delle persone, decine di migliaia, che le hanno abitate e continuano ad abitarle.

Edilizia di massa pensata per moduli innovativi durante gli anni della grande mobilità Sud-Nord, ma già indirizzata, vista l’insana densità abitativa, a un destino di ghetto sociale, al progressivo degrado strutturale, a volte anche alla demolizione.

Rozzol Melara - Trieste - ph Alex Nesti- Kronoteatro
ph Alex Nesti

Béton Brut. Cemento a vista

È dentro Rozzol Melara, eretta nel tipico stile brutalista di quei decenni, tra l’affaccio dei suoi 650 appartamenti, dai sette ai quindici piani, lungo le lunghe piste di collegamento tra le ali, negli slarghi decorati dalle sequenze dei colorati graffiti dei writer, che Kronoteatro e Maniaci d’Amore provano, domani pomeriggio, a collocare la loro riflessione teatrale.

Rozzol Melara - Trieste - ph. Alex Nesti - - Kronoteatro
Rozzol Melara – Trieste – ph. Alex Nesti

Linguaggio quanto mai lontano, e forse per questo sorprendentemente vicino, a quanti in vivono in quel quadrilatero. A volte definito Alcatraz, a volte astronave. Solo quattro chilometri la separano dal centro di Trieste, ma la distanza in termini di conoscenza e frequentazione reciproca è molto più ampia. Stellare.

Con questa Residenza, il progetto Vettori del Teatro stabile di Trieste La Contrada, prosegue un percorso, avviato già nel il precedente progetto Ufo, che nel segno dell’esplorazione del rapporto tra nuovi linguaggi teatrali e urbanistica, ha conosciuto momenti di grande interesse.

Negli anni scorsi, le restituzioni pubbliche di Ufo e di Vettori hanno trovato spazio nel grande Gasometro dismesso, sulla facciata razionalista e nelle retrovie della Nuova Università, nel comprensorio dell’ex Ospedale psichiatrico di San Giovanni, negli edifici della Scuola Internazionale di Studi Avanzati e nel parco di Miramare.

– – – – – – – – – –
LA LIBERTÀ DEI CIOTTOLI
prima restituzione pubblica
Kronoteatro (Tommaso Bianco, Alex Nesti, Maurizio Sguotti) + Maniaci d’Amore (Luciana Maniaci e Francesco D’Amore)
Residenze Artistiche Vettori – La Contrada
Snodo del quadrilatero di Rozzol Melara, 11 dicembre 2022, ore 18.00

Tra rosa e noir. Con Scerbanenco sull’isola degli idealisti

Dopo che La nave di Teseo ha riscoperto e pubblicato il dattiloscritto (che si pensava disperso), ora L’isola degli idealisti diventa uno spettacolo teatrale. Una sfida. Vuoi per l’interesse che Massimo Navone regista, da sempre nutre per la narrativa di Giorgio Scerbanenco, vuoi per il rischio d’impresa che ha spinto a La Contrada, centro di produzione teatrale a Trieste, a mettere in scena il romanzo.

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
(ph Laila Pozzo)

Nel secondo dopoguerra, l’editore Rizzoli gli affidò la direzione di Novella, rivista femminile destinata a diventare poi Novella 2000, caposaldo di cronaca rosa. Ma anche su altri periodici del gruppo (Bella, Annabella) Giorgio Scerbanenco curava la posta del cuore, firmandosi Adrian o Valentino.

Prolifico scrittore di romanzi appunto rosa, Scerbanenco si riscatterà da quel colore. E diventerà negli anni 60, il maestro italiano del noir, o come si diceva da noi, del giallo. Asciutto, ironico, sarcastico, italiano.

Titoli vendutissimi: Traditori di tutti, Venere privata, I milanesi ammazzano al sabato, una raccolta ancora più esplicita: Milano calibro 9. Oppure il mix di guerra fredda, spionaggio, letteratura di frontiera e seduzione che corre nelle vicende di Appuntamento a Trieste.

Penna bifronte quella di Scerbanenco: inesorabile nelle storie d’amore, affilata nei romanzi investigativi.

Giorgio Scerbanenco
Giorgio Scerbanenco

La malavita in barca sul lago

Lettore instancabile dei suoi titoli è sempre stato il regista Massimo Navone. Che dopo aver preso in mano L’isola degli idealisti, scritto probabilmente nei primi anni ’40 (poi disperso, poi ritrovato e infine pubblicato nel 2018 da La nave di Teseo) ha immaginato che si potessero trasportare su un palcoscenico l’atmosfera malavitosa della sua Milano e la tranquillità annoiata di un lago lombardo. Combinandoli in una commedia brillante, come si diceva allora.  Ma con risvolti polizieschi.

Gli ha offerto l’occasione produttiva il teatro di Trieste La Contrada, che in questi giorni al Teatro Bobbio porta in scena quel titolo.

Ho parlato con Navone prima del debutto.

L'isola degli idealisti. Giorgio Scerbanenco. La nave di Teseo

Massimo Navone. L’intervista.

Senta Navone, partiamo dal giallo di questo giallo. C’è un romanzo che scompare e poi misteriosamente ricompare.

“Non è un mistero tanto misterioso. Quel titolo stava in un elenco che Scerbanenco aveva consegnato, come curriculum, alle autorità di frontiera quando nel settembre del ’43 era riparato in Svizzera. Tra le carte di famiglia, dopo molti decenni, il dattiloscritto è infine riemerso. l’Intenzione originaria era di pubblicarlo a puntate sul “Corriere”. Lo ha fatto invece, in volume, La nave di Teseo. Ma solo quattro anni fa”.

Lei lo ha letto e ne è rimasto colpito.

“La vicenda nasce da un’esperienza personale dello scrittore. Per certo periodo, durante la guerra, si ritrova sfollato sul lago d’Iseo. Lo affascina un’isoletta che si trova in mezzo al lago, dove sorge una villa. Decide che può essere il luogo in cui ambientare una storia. Immagina che una famiglia – padre, figlio, figlia – si siano trasferiti in quel luogo solitario dopo aver lasciato Milano. Vita altoborghese tranquilla, colta, annoiata, da eremiti quasi. Il loro patto affettivo, fortissimo, viene però scosso in una notte di tempesta. Tra i flutti, approda alla riva una piccola barca, con due balordi”.

E qui prende il via il giallo.

“Lei è una donna affascinante, sensuale, nata a Trieste. Lui un piccolo malvivente. Vivono di espedienti, sono due ladri d’albergo, inseguiti dalla polizia. Accoglierli o non accoglierli? si chiedono i membri della famiglia. Su ciò che separa personaggi così diversi, Scerbanenco impernia il racconto. L’ironia è sempre la cifra dei suoi romanzi. Qui la gioca tra lo humor sarcastico e lombardo dei tre milanesi e la follia triestina degli altri due”. 

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
Il cast insieme al regista Massimo Navone (ph Laila Pozzo)

Scerbanenco tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia

Milano e Trieste, dunque. Anche lei, Navone, è diviso tra questi due luoghi.

“Abitavo a Milano, ho preso casa qui. È naturale che quel particolare mi abbia attratto. In realtà sono da sempre un appassionato lettore di Scerbanenco, e ho intuito l’aspetto teatrale che potevo far assumere a questa vicenda”.

Appuntamento a Trieste è stato uno dei titoli più noti dello scrittore.

“Alla fine degli anni Ottanta, la Rai ne fece una miniserie tv, ambientata in città. Ero un giovane attore e mi ci sono trovato dentro anch’io. Ero l’attendente dell’agente segreto americano interpretato da Tony Musante. Ma i legami tra Scerbanenco e questa regione sono ancora più numerosi”.

A Lignano Sabbiadoro, località di villeggiatura, passava le sue estati. Là, ai tavolini dei caffè, inventava romanzi. Quella città lo celebra adesso con un premio importante.

“Viene giustamente considerato il maestro del noir italiano, e proprio questo romanzo, L’isola degli idealisti rappresenta lo spartiacque tra la sua produzione precedente e la successiva grande stagione dei gialli”.

Il teatro La Contrada sì è innamorato del suo progetto.

“Ho passato l’adattamento che ne avevo fatto a Livia Amabilino, direttrice del teatro. Ne è venuta fuori l’idea di una produzione. Scegliendo un cast che in qualche modo richiamasse le diverse dimensioni geografiche del racconto, il parlato snob della borghesia lombarda, il dialetto popolare di Trieste. Ma senza voler essere forzatamente realistico. Anche perché non è facile portare un’isola in palcoscenico. Dettagli di stanze e di mobili, prue di barche, pali d’ormeggio sembrano galleggiare sull’acqua mossa del lago nella scena creata apposta da Andrea Stanisci”.

[l’intervista è stata pubblicata, parzialmente, sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, il 28 febbraio 2022]

– – – – – – –
L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
uno spettacolo di Massimo Navone
dal romanzo di Giorgio Scerbanenco
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Giacomo Segullia
con Pino Quartullo, Giusto Cucchiarini, Gianmaria Martini, Marzia Postogna, Antonio Veneziano e Anna Godina
produzione La Contrada

fino a domenica 6 marzo al Teatro Bobbio a Trieste, poi in tournée

Domesticalchimia. Donne che collezionano sogni.

Non ci vuole la sfera di cristallo per accorgersi che sogno e teatro hanno in comune parecchio. E non è stato certo necessario a aspettare che Stefano Massini, Federico Tiezzi e Fabrizio Gifuni , due anni fa si trovassero assieme sotto il tetto del Piccolo di Milano, perché la psicanalisi penetrasse, con il loro spettacolo, Freud, nel più nevrotico (così è apparso, almeno, nelle scorse settimane) dei teatri italiani. 

Domesticalchimia - Banca dei sogni Giacomo-Guarino@Soheil-Rahel
Giacomo Guarino – Soheil Rahel

Sulla convergenza tra sogno e teatro sono però rimasto colpito dal lavoro che il gruppo milanese Domesticalchimia sta facendo in questo periodo nella mia città, Trieste. Ecco perché le ho incontrate (sono per lo più donne) e ho chiacchierato a lungo con loro. L’esito di questo incontro sfocia adesso una conversazione pubblica che si svolgerà domani, sempre qui a Trieste, a conclusione di un periodo di lavoro che Domesticalchimia ha sviluppato nel progetto UFO – Residenze d’arte non identificate, organizzato per la terza edizione consecutiva dal Teatro stabile La Contrada e ideato da Marcela Serli.

I sogni son desideri

Lo sosteneva la Cenerentola di Walt Disney mentre cantava e parlava con i suoi topolini tuttofare. In forma più scientifica, lo diceva anche Sigmund Freud, che dell’importanza dei sogni è stato il divulgatore massimo. Basta andare a vedere quanto vende, ancora oggi, L’interpretazione dei sogni, a 121 anni dalla pubblicazione (nel novembre del 1899): il suo best seller.

Cenerentola e il topino

La storia del significato dei sogni è comunque lunghissima e ha prodotto anche opere d’arte eccellentissime. Per esempio Il sogno di Costantino nel ciclo delle Storie della vera croce ad Arezzo: il grande Piero della Francesca. Naturalmente nel passato si credeva che i sogni annunciassero avvenimenti futuri. Qualcuno ci crede ancora, ma nel sentire comune, in quella psicanalisi pop nella quale siamo oggi immersi, i sogni sono inevitabilmente associati ad alcune costanti, e ancor più spesso a traumi, che stanno acquattati nel nostro inconscio. E si manifestano quando noi, nel sonno, allentiamo un po’ le maglie della sorveglianza. I sogni son quindi i nostri desideri segreti. Più segreti di quelli di Cenerentola, comunque. Che sognava solo di essere felice e maritata.

L’analisi freudiana classica vede nel sogno la via maestra per capire qualcosa dell’inconscio, ma ha il limite – o la forza – di essere molto individuale. Mette in primo piano il soggetto, colui o colei che sogna e racconta poi ciò che ha sognato.

Detto questo, torniamo a teatro.

La banca dei sogni

Il progetto sul quale lavora Domesticalchimia è diverso. Niente psicanalisi, niente interpretazione. L’obiettivo è quello di raccogliere quanti più sogni possibili. E di farne una banca. La banca dei sogni è il titolo del lavoro che il gruppo sta svolgendo per le Residenze UFO.

Quel che mi è parso di capire è che la ricerca, e poi il loro lavoro di allestimento teatrale della compagnia, è di andare a leggere i sogni su un piano sociale, più ampio, più stratificato. I sogni decritti da Freud erano quelli di un limitato numero di pazienti, di una classe sociale che nel primo Novecento si rivolgeva, con spirito avventuroso e con parecchie risorse economiche, a quella nuova scienza. I sogni che i pazienti raccontano oggi allo psicanalista trovano un limite nella disponibilità finanziaria di chi si può permettere di entrare in analisi.

Domesticalchimia - Banca dei sogni
ph. Filippo Manzini

La banca dei sogni di Domesticalchimia è invece interclassista. Interroga tutti, a prescindere dal portafoglio e dalla collocazione sociodemografica. Prescinde da età, geografia, professione, lingua. Che cosa sogna il pescivendolo? L’architetto? La bambina? E il pensionato con la minima? Perché non raccontarlo?

“La banca dei sogni – dice Francesca Merli – è una fotografia della nostra realtà, della nostra comunità, della città in cui agiamo con la nostra indagine. Andiamo in un preciso territorio, inquadriamo precise fasce, quindi è fondamentale il contesto in cui facciamo le interviste, che cambia a seconda del luogo. Le cose che ci hanno detto a Scandicci sono molto diverse da quelle che ci hanno detto a Milano…”.

I tarli del nostro tempo

Questo mi ha interessato: questa radiografia del presente, condotta attraverso uno strumento che abbiamo sempre considerato individuale, intimo. E che invece, a Domesticalchimia serve per mappare – dicono – “i tarli del nostro tempo”.

Non so come questa attività di raccolta e di analisi dei dati si trasformerà poi in un’esperienza teatrale, in uno spettacolo. Scoprirlo è appunto il senso di una residenza, ed è proprio ciò che scoprirò domani, quando prima del nostro incontro pubblico, Francesca Merli, regista, Federica Furlani, sound designer e musicista, e Laura Serena, attrice, restituiranno al pubblico il lavoro svolto.

Le storie più significative – dicono – saranno portate in scena con la partecipazione stessa di coloro che hanno scelto di condividerle, aprendo a loro tre una finestra sul proprio mondo onirico.

– – – – – – – – –

LA BANCA DEI SOGNI
restituzione del progetto di residenza
UFO – Residenze d’arte non identificate
regia e ideazione Francesca Merli
con Federica Furlani, Laura Serena e un gruppo di sognatori
drammaturgia Francesca Merli e Laura Serena
musiche e sound design Federica Furlani
produzione Domesticalchimia 

Polo Giovanni Toti, via del Castello 3, Trieste
11 ottobre, ore 17.00 e 18.00