Biennale Teatro 2021. Venezia è blu. Non ostinatevi a guardare il grigio.

Si conclude oggi a Venezia l’edizione 2021 della Biennale Teatro. Sempre un buon punto di osservazione per ciò che accade sulle scene europee. Quelle più interessanti. E non solo.

AB IMIS / iolagemmainnestai di Stellario di Blasi / ©Andrea Avezzù
AB IMIS / iolagemmainnestai – Stellario di Blasi / ph©Andrea Avezzù

Blu dappertutto. È blu, insolitamente, l’acqua della laguna mentre il vaporetto mi fa scivolare vicino all’isola di San Giorgio. Sono blu le strisce di vernice che Stellario Di Blasi si spruzza sul corpo, modellato e performante, di fronte a una facciata bianchissima, in campo Santo Stefano. E blu of course è il catalogo di un buon chilo e trecento pagine che accompagna, con un onorevole sforzo editoriale, questa Biennale Teatro 2021.

Blu equivale a libertà. Lo scrivono Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori alla prima tappa del loro Festival internazionale di teatro. Che nonostante le intenzioni anche quest’anno è andato incontro a restrizioni. Purtroppo.

Il G20 dei grandi del pianeta ha sequestrato i tradizionali spazi della Biennale dal vivo e blindato gli alberghi con carabinieri e polizia.

La finale di Coppa va a cascare proprio sulla giornata finale, mentre le temperature, anche quella emotiva, precipitosamente salgono.

L’epidemia per niente domata costringe ad alcune rinunce d’artista. E rende burocraticamente faticosa la visione agli spettatori: termocontrollati, tracciati in digitale, mascherinati, distanziati, tutti ci accomodiamo sulle nostre seggioline, diligenti e mesti, anche all’aperto, mentre su vaporetti, in negozi e locali pubblici, prevale la regola della calca.

L’esuberante gruppo di spagnoli, che sotto il ponte di Rialto, verso mezzanotte, sembra voler danzare la zarzuela con i boccali di birra in mano, fa almeno colore. Così Venezia torna ad essere la Disneyland d’Italia. Con grande scorno del poco distante parco tematico sul Garda. Che vive di misure di sicurezza.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù

Un festival è un festival è un festival

Scrivo parecchie sciocchezze, lo so. Ma un festival è un festival è un festival è un festival. E in un festival l’atmosfera conta. Lo sanno bene i festival atmosferici, come Santarcangelo (pure lui in corso) o Spoleto (idem) o Mittelfest (quest’anno partirà a fine agosto), dove il posto e la gente fanno evento, magari più che gli spettacoli.

Biennale Teatro 2021 tiene comunque fede al mandato e ci ragguaglia su ciò che il teatro europeo costruisce di più interessante. Quando dico interessante, uso l’espressione in modo personale. In pratica: a me interessa poco vedere spettacoli ben fatti, che sembrano però essere nati nel secolo scorso. Guardo piuttosto nella direzione di ciò che odora d’oggi e di futuro. Ciò che segnala nuove strade, o le indica almeno come probabili.

Perciò le scelte principali di Ricci e Forte mi sono sembrate giuste. Il polacco Krzysztof Warlikowski, l’ungherese Kornél Mundruczó, il tedesco Thomas Ostermeier. Tre bei nomi, in grado di scansare la modellizzazione franco-britannica e di ricordarci che il significato della parola regia va cambiando. Eccome. Tanto per dire: la scelta del portoghese Tiago Rodriguez alla direzione del Festival di Avignone è un altro segno.

Il tema regia è parecchio movimentato (ecco: interessante, appunto) e sono contento di averne parlato pure altre volte in questi post e in un recente articolo su Hystrio. Anche i registi della attuale generazione cinquantenne mi paiono aver abbandonato il formato della regia tardo novecentesca, a favore di materiali di racconto (o di non-racconto) che non hanno bisogno di rifarsi al canone teatrale classico (da Shakespeare in giù) né di fare appello all’incidenza politica del teatro (uno dei canoni novecenteschi, da Brecht in poi).

Cinema, libri, fotografia, poesia, canzoni, tecnologie audiovisive, sono il contemporaneo nutrimento.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Ostermeier

Lo dice con chiarezza Ostermeier. Rispondendo a una domanda di Andrea Porcheddu sul valore politico del lavoro che ha presentato a Venezia, assieme allo scrittore Edouard Louis, il regista sostiene che in termini politici il teatro non sposta una virgola. A lui interessa invece lavorare su storie e temi che lo colpiscono, che abbiano adesso e qui una necessità. Che movimentino i pensieri, oggi. E Qui a tué mon père (libro di partenza e interpretazione sono di Louis, la regia è di Ostermeier) parla appunto di qualcosa che non è politico nel senso che abbiamo avuto davanti agli occhi decine se non centinaia di volte visto (alla Milo Rau, tanto per capirci). Né solo individuale, per quanto sia autobiografico. Ma ci riguarda come collettività pensante.

Incide sulla percezione contemporanea della sessualità, per esempio. Ci interroga sui modelli di genere e mostra con precisione cosa sia la mascolinità. Quella tossica. Lo fa raccontando il rapporto tra un padre e un figlio. Dove a essere sbagliato, non è il figlio gay, ma il padre omofobo. Spettacolo che non va sicuramente a piacere a coloro che osteggiano (o furbescamente mediano sul Ddl Zan). Ma quelli a teatro mica ci vanno. Che gliene importa.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Mundruczó

Anche lo spettacolo di Kornél Mundruczó, testa pensante e bella del cinema e del teatro di oggi, sembrerebbe parlare di politica. Tra gli spettatori, molti sollevano il fantasma di Viktor Orbán, anche se lo spettacolo ha debuttato una decina di anni fa e Mundruczó vive a Berlino.

Il sapiente regista ungherese (Imitation of life, vedi qui, è davvero uno dei capolavori del decennio) mi sembra piuttosto deciso a preparare uno splatter farcito di sfruttamento della prostituzione, torture, pratiche abortive, sangue finto a fiotti (a tratti perfino ingenuo come i film horror degli anni ottanta). Lo confeziona dentro a una storiella di fantascienza e di fantapolitica e lo intitola : Sapessi com’è difficile essere un dio (Hard to be a God). Abbastanza ironico, non pare anche voi?

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Anche lui, interrogato sul messaggio politico che vorrebbe tramettere agli spettatori, dichiara: “Non credo di dover trasmettere nemmeno una parola. Sono loro che devono mettere insieme una storia”. E a lato aggiunge: “Direi che il 2020 ha cambiato il mio approccio alla vita. Le ha dato una visione più chiara di ciò che è davvero importante e di ciò che non lo è”. Se non è chiaro cosi.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Warlikowski e il suo We are leaving non sono riuscito a vederli. L’ho incontrato altre volte però al Premio Europa per il Teatro e ho visto una manciata dei suoi spettacoli. Direi che mi posso fidare. Interessante anche lui. Se poi si ritrova in mano il Leone d’oro della Biennale Teatro 2021, una ragione ci sarà.

Basta un po’ di Google, no?

Non posso nemmeno parlarvi di Kae Tempest, che è autor*, poet* e artist* discografic* (gli asterischi li ho messi apposta, e anche un po’ a caso, ma ci stanno, eccome). Alla fine ho dovuto abbandonare il blu di Venezia in fretta e furia. Ma saranno sicuramente in tanti a parlarne. Basta un po’ di Google, no?

Conclusione banale di questa nota, decisamente lunga. Se avete bisogno di sciropparvi ancora uno Shakespeare, un Pirandello, un Beckett, o una regia ben fatta, abbonatevi pure alla stagione del teatro sotto casa. Da quelle parti di solito si vede tutto grigio. Se siete invece curiosi di sapere dove va il teatro, e che posto avrà nel nostro vivere nei prossimi dieci anni, tornate a Venezia il prossimo anno. Potreste restare sorpresi.

Qui Berlino, compagni. A voi, Italia. Passo e chiudo.

Nel giorno in cui la città festeggia i 30 anni dalla riunificazione tedesca, il regista Thomas Ostermeier porta in scena alla Schaubühne una commedia con presagi: Notte all’italiana (1930) di Ödön von Horváth

La strada sotto la mia finestra è interrotta. Lampeggianti blu. Auto e moto della polizia municipale di Berlino bloccano le intersezioni. Dopo pochi minuti, scortatissimo, passa il corteo delle limousine nere. Suppongo che si dirigano verso l’aeroporto, che è a pochi chilometri da qui. Con il loro carico prezioso. Quattro capi di stato: quello della Polonia, Andrzej Duda, quello ceco, Miloš Zeman, la slovacca Zuzana Caputová, e János Áder, l’ungherese.

I presidenti sovrani

Assieme a Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica tedesca, e a Frau Angela Merkel, i quattro capoccia del gruppo di Visegràd pochi minuti prima erano stati alla Porta di Brandeburgo, a complimentarsi reciprocamente per il trentennale della riunificazione tedesca, il 9 novembre 1989.

“Senza la voglia di libertà dei polacchi, degli ungheresi, dei cechi e degli slovacchi – ha detto Steinmeier – la rivoluzione pacifica nell’Europa dell’est e l’unità tedesca non sarebbero state possibili.”

Peccato fosse capitato il 9 novembre di 30 anni fa. Trenta, esattamente. Ora quelle stesse repubbliche rappresentano, anche per i tedeschi, la minaccia più consistente all’unità europea. Il fronte sovranista dell’Europa Centrale: il gruppo di Visegràd.

Certo, ci sarà pure Daniel Barenboim, alla stessa porta di Brandeburgo, ma un po’ più tardi, a innalzare verso il cielo le note della Nona di Beethoven che invita – come tutti sanno – alla fratellanza universale. Vale però la pena, nella giornata dei festeggiamenti, stare un po’ in guardia. E dopo aver imboccato Kurfürstendamm, i 3 chilometri e mezzo del luccicante viale dello shopping berlinese, arrivare fino alla piazza con il nome solenne, Adenauer, e dopo pochi metri, infilarsi nella sempre splendida architettura modernista della Schaubühne, uno dei teatri più importanti d’Europa.

Certe notti all’italiana

Perché stasera va in scena una commedia (chiamiamola così) di Ödön von Horváth che era andata in scena proprio a Berlino nel 1930. Fate un po’ i conti.

Il titolo è Italienische Nacht, Notte all’italiana. Non passa come il migliore fra i titoli di quel genio di von Horváth (il drammaturgo ungherese che era nato a Fiume, aveva passato la vita tra le capitali, scriveva in tedesco, e era morto a Parigi, 36 anni dopo, colpito da un ramo d’albero).  Eppure…

Eppure il genio berlinese di adesso, il regista Thomas Ostermeier, saldo al timone della sua Schaubühne, ne ha saputo fare un lavoro presago e inquietante. Proprio contemporaneo.

Ostermeier e le spranghe

Dunque, allora come ora: in una trattoria fuori città, un comitato di simpatizzanti di sinistra ha messo su una Festa dell’Unità (traduco così, liberamente, la notte all’italiana). Il trio musicale, affittato per l’occasione, suona Bella Ciao e Azzurro e si balla alla buona. Le discussioni sulla linea politica, i patetici discorsi del segretario locale, qualche bicchiere in più: insomma, si arriva alla zuffa. Fuori invece, la destra violenta e compatta, ragazzoni coi rayban, le bandiere, i tamburi, ha tutta l’intenzione di interrompere la festicciola. E suonare anch’essa qualche motivetto. Di quelli che si suonano con le spranghe. Perché in mattinata qualche balordo ha imbrattato un monumento ai sacri valori della patria.

Come dice la data – 1930 – il testo di von Horváth fotografa la Germania tre anni prima che bruci il Reichstag e Hitler ottenga i “pieni poteri“. Sì, avete capito bene.

La genialata di Ostermeier, e della splendida compagnia di attori della Schaubühne, è mettere in bocca agli uni e agli altri, al posto delle campagne antisemite di allora, le frasi fatte e l’aria fritta con cui il centrosinistra e la destra tedesca si confrontano oggi. Il dato più inquietante è la sottovalutazione di quelle spranghe e della rabbia populista. “A difenderci e a tenerci uniti – proclamano i compagni, sempre più divisi, anzi in aria di scissione – ci sono i valori della Costituzione”. Vedi un po’ tu, come è andata a finire, con la Costituzione tedesca.

Ma niente spiegoni

Senza farci lo spiegone, e ironizzando pure su questi ritratti di militanti balordi e facinorosi, il 51enne Ostermeier, nato quindi nel ’68, mette sull’avviso gli spettatori tedeschi (e anche noi, italiani, suppongo).

Meno Bella Ciao e più attenzione. Meno baruffe interne e occhi ben aperti su un futuro che non si presenta come una serena e stellata Italienische Nacht (la band ora suona perfida, Perfect day di Lou Reed) .

O forse sì: ha proprio l’aria di essere una nottata d’incubo, all’italiana.