Dove è veramente nato Giorgio Strehler? Un interrogativo senza documenti

Sarebbero stati cento, oggi 14 agosto, i compleanni di Giorgio Strehler. Si concentra così attorno a questa data una rete di pubblicazioni, iniziative, articoli, libri, trasmissioni, proposte, che riflettono sul ruolo che Strehler artista, intellettuale e regista, ha avuto nella storia del ‘900 italiano e europeo. 

Trieste, la città in cui era nato, nel 1921, ha un posto particolare in questa antologia di rievocazioni. Qui, nel cimitero di Sant’Anna, nella tomba di famiglia, sono oggi collocate le sue ceneri.

Sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, è apparso oggi questo mio articolo, che indaga attorno a uno dei piccoli punti di domanda che – nonostante la mole di notizie e di studi sulla sua vita e sui suoi spettacoli – restano fortunatamente tali.

Giorgio Strehler - 1926
Nel 1926 Giorgio Strehler ha cinque anni

Una casa confusa tra gli alberi, a Bàrcola

“La vedi? Proprio davanti al campanile. È la casa dove è nato Giorgio”. Vagamente, con le dita lunghe e ossute, il critico teatrale del quotidiano di Trieste, Giorgio Polacco, indicava dal finestrino del treno un edificio, confuso tra gli alberi, non molto distante dal giardino di Bàrcola. Lo faceva con chiunque, ogni volta che il convoglio, partito dalla Stazione Centrale, arrivava a costeggiare il rione riviera della città.

In quella casa confusa tra gli alberi, cent’anni fa, il 14 agosto del 1921, doveva essere venuto al mondo Giorgio Strehler.

Triestini entrambi, i due Giorgio erano accomunati dal dialetto, dal teatro, da una prolungata collaborazione. E naturalmente erano amici. Figli della diaspora che per tutto il Novecento ha spinto all’emigrazione molte della teste migliori di questa città. Con Milano e Roma tra gli approdi preferiti.

Giorgio il regista – quello di cui oggi si parla e con il quale si celebra un impossibile compleanno – aveva lasciato Trieste quando aveva sette anni, nel dicembre del 1928, destinazione Milano: la sua seconda città, la sua seconda pelle. 

Alla stazione di Trieste

Alla stazione chissà, mano nella mano, mamma Albertina e il piccolo Strehler avevano preso posto sul treno. Pochi minuti dopo la partenza, passando proprio in quel punto, il bambino aveva salutato, forse, l’edificio in cui gli era stato detto di essere nato.

Perché la casa in cui aveva passato l’infanzia non era certo quella. Albertina Lovrich, violinista, e Bruno Strehler, imprenditore nel settore della carta, erano convolati a nozze nel gennaio del 1920, e abitavano in un palazzo del centro di Trieste, in via San Lazzaro 4. Dalle finestre del loro appartamento si vedeva il Corso. “Una casa piena di donne e di musica: madre, nonna, cameriere e governanti… mi addormentavo sentendo in una stanza vicina mia madre che suonava il violino“.

Un’infanzia da idillio, nelle parole del regista. In realtà, il destino non era stato generoso con quella famiglia. A 28 anni – quando il piccolo Strehler ne aveva soli tre – Bruno Strehler era morto di tifo. Fulminato dalla malattia, durante un breve soggiorno con Albertina a Vienna. “Lei fece il viaggio di ritorno in treno, da sola, tutta vestita di nero, tenendo sulle ginocchia una cassetta con le ceneri del marito“.

Pochi anni più tardi, nel 1928 – quando Giorgio stava per compierne sette – era scomparso anche Olimpio Lovrich, padre e nonno, originario di Zara, impresario teatrale, uno che era riuscito a dare la svolta ai cartelloni musicali del Teatro municipale Verdi, e a lanciare il Cinema Teatro Fenice. 

Destinazione Milano

Per madre e figlio, ormai orfani, non c’era ragione di rimanere a Trieste. Tanto più in quegli anni, con un cognome di origine slava, Lovrich. Così avevano preso il treno. Lei con il suo violino e le promesse di una carriera da concertista (si farà chiamare Albertina Ferrari, suonerà con il Trio di Milano). Il piccolo Giorgio con la curiosità di conoscere una nuova città, che lo avrebbe trasformato, reso adulto, e che lui, viceversa, trasformerà culturalmente. La Milano del Piccolo Teatro di Milano.  Ma tutto questo accadrà dopo la guerra. 

Giorgio Strehler

Torniamo invece a quella casa tra gli alberi. Perché mai, cent’anni fa, il neonato Strehler vede la luce a pochi passi dal mare, a Barcola, e non nell’elegante e borghese edificio di via San Lazzaro?

È un bel quesito. Ci abbiamo riflettuto, qualche tempo, fa, nel 2007, quando per conto del Comune di Trieste e sotto l’egida del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”, io, Franca Tissi, archivista, e Stefano Bianchi, conservatore, preparavamo la mostra che assieme a una pubblicazione e altri eventi, avrebbe celebrato il decennale della morte del regista, avvenuta nella notte di Natale del 1997.

I documenti

In tante interviste e dichiarazioni Strehler aveva sempre sostenuto di essere nato a Bàrcola. Ma non c’è alcun documento a comprovarlo. L’atto battesimale, nella chiesa di Sant’Antonio, conferma anzi che i genitori risiedevano in via San Lazzaro.

Però, tra le carte del Fondo Giorgio Strehler, ospitato nel Museo Schmidl e frutto della donazione congiunta di Andrea Jonasson e Mara Bugni, ci sono due fotografie. Mostrano un decoroso edificio, con gli alberi e le ombre di una giornata d’inverno. Sul retro, scritto a mano, “Villa Maria, Barcola”.

Villa Maria - civico 76 di Barcola Riviera  - Trieste
Villa Maria, Barcola

Se interrogati a dovere, la toponomastica e i documenti catastali rispondono. Si trattava del civico 76 di Barcola Riviera, di proprietà di Natalia Jasbitz, la mamma di Bruno, la nonna paterna, di origine slovena. 

Sarà vero che Giorgio Strehler era nato proprio là, nei pressi del mare? Sarà stata Albertina ad aver deciso di partorire in casa della suocera? Sarà stato più comodo, per la puerpera, il basso edificio di Barcola e non i piani alti di via San Lazzaro?

Oppure era proprio Strehler, nella propria ricostruzione biografica, a “voler” essere nato a Bàrcola? Con i riflessi delle onde e la luce del sole al tramonto. Proprio come in alcuni dei suoi spettacoli.

Sotto il segno del Leone

Né il nostro libro, pubblicato in occasione della mostra (Strehler privato. Carattere affetti passioni, Comune di Trieste 2007) né il recente studio biografico di Cristina Battocletti (Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste, La Nave di Teseo, 2021), avanzano una risposta. 

Con maggior determinazione, lo farà invece il Comune di Trieste che tra qualche settimana, apporrà una targa commemorativa su quell’edificio – al 76 di Barcola Riviera – che oggi corrisponde a un numero civico di via Moncolano. Iniziative, convegni, mostre, eventi, verranno dopo.

Del resto, lo sapeva bene Strehler stesso: non devi aspettarti molto per il tuo compleanno, se sei nato il 14 agosto. Il tuo segno è il Leone, ma la gente, quel giorno, vive il pieno dell’estate, è in vacanza, pensa a altro.

Anche le celebrazioni del centenario prenderanno perciò il via più in là. Probabilmente quando farà meno caldo.

[pubblicato sull’edizione del 14 agosto 2021 del quotidiano IL PICCOLO]

Strehler chi? Quel ragazzo di Trieste

Previdente, Cristina Battocletti anticipa in un volume la data fatidica del 14 agosto 2021, quando saranno passati 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler. Mi sono letto tutte le sue 450 pagine di minuziosa biografia. La vita come spettacolo.

Strehler in tenuta da tennis

“Giorgio era un pianeta” dice Andrea Jonasson, parlando dell’uomo capace di cambiare le vite. Non solo la sua: la vita di un’attrice tedesca catapultata in Italia per amore di lui e trasformata. Ma anche la vita del teatro: quello italiano, quello europeo, il teatro di un secolo, trasformato anch’esso.

Per raccontare in un libro il “pianeta Strehler” ci vogliono almeno 450 pagine. Tante quante ne ha riempite Cristina Battocletti nel suo lavoro di esploratrice di vite. In Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, 19 euro, ebook, 9,99 euro) Battocletti percorre in lungo e in largo quel pianeta, provando a descriverne i tanti climi, le tante luci, le tante donne.

Battocletti copertina

La più rumorosa impronta nella regia italiana

Nell’anno in cui ricorre l’anniversario della nascita di Strehler, ricordi e rievocazioni e commenti non mancheranno. C’è anzi da pronosticarne il culmine, ad agosto, sotto il segno del Leone. Proprio cent’anni fa in quei giorni e dalle mie parti, nella silenziosa casetta a due piani di una stradina discosta a Barcola, frazione di Trieste, nasceva l’artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia italiana e nella pratica teatrale del Novecento europeo. Per scomparire improvvisamente un momento prima che il secolo di concludesse: la notte di Natale del 1997, a Lugano.

Ma definire Strehler “il ragazzo di Trieste“, non è solo scegliere un titolo per una biografia: è fissare un punto di vista. È la chiave per andare a scoprire che cosa abbia fatto di Strehler un uomo capace di essere triestino, milanese, italiano, europeo, tutto nello stesso tempo. Battocletti, friulana d’origine, poteva farlo. Con lo sguardo di coloro che vedono da lontano il mare – come nelle canzoni di Paolo Conte – oltre che la cultura mitteleuropea. Tanto da rimanerne infine stregata e dedicare ad alcuni grandi “triestini dentro”, prima a Boris Pahor (“Figlio di nessuno”, 2012 ), poi a Bobi Bazlen (“L’ombra di Trieste”, 2017), e adesso finalmente a Strehler, il proprio stringente lavoro di cartografa di vite straordinarie.

Strehler giovane al Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo e il grande

Non è uno scrittore, stavolta, ad essere mappato. È il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una grande notorietà mondiale. Naturale perciò che il volume vada modellandosi come una pièce teatrale, o un’opera musicale. Una tra le tante che il regista aveva messo in scena, fino a quell’ultima Così fan tutte, rimasta incompiuta nel dicembre fatidico del ’97.

Una biografia allestita come uno spettacolo: sette scene, sei intervalli, ouverture all’inizio e sipario finale. In mezzo, un apparire e uno scomparire continuo di personaggi. Dai ruoli più importanti (Paolo Grassi, Nina Vinchi “terza fondatrice del Piccolo”, e tutte le iconiche attrici di quel teatro Valentina Cortese, Milva, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Andrea Jonasson, …) fino ai figuranti meno noti, ma indispensabili e capire la complessa personalità di Strehler. Che sta tutta – assicura Battocletti – nelle sue radici. 

È nelle prime decine di pagine, dedicate alle origini, che si disegna il mondo di luci e ombre che saranno poi il segno maturo del regista, mago degli effetti luminosi. “Se quella abilità appare a tutti magica o stregonesca, è perché c’è lo zampino di Trieste” scrive la biografa.

Strehler giovane

Genealogie

Il nonno materno, Olimpio Lovrich, è un montenegrino, impresario teatrale, e a Trieste tiene il timone del Teatro Verdi e del cinema-teatro Fenice. La nonna è una francese, Marie Aline, “che mai parlò altro che il francese”. La madre, la “mammetta” anzi, si chiama Albertina Lovrich, cognome che verrà italianizzato in Ferrari, quando diventerà violinista di una certa fama e comincerà a esibirsi con il Trio di Milano.

Infine, appena sbalzato in controluce dalle proprie origini tedesche, il padre, Bruno Strehler, morto di tifo fulminante, a 28 anni, durante un viaggio con Albertina a Vienna. “Mia madre fece ritorno a Trieste in treno, da sola, con la cassetta delle ceneri sulle ginocchia”. Il piccolo Giorgio aveva solo tre anni. 

In una casa del centro (via San Lazzaro 4, per essere precisi) che risuonava di musica e di voci di donna, il ragazzo di Trieste cresce sognando un futuro da direttore d’orchestra. E tale lo prefigura Victor de Sabata (altro eccellente nome della diaspora triestina) che lo incontra quando ha meno di 30 anni: “Perché non ti rimetti a studiare musica con me per due o tre anni?”. “Penso che ognuno di noi che fa un certo mestiere – rifletterà Strehler parecchio tempo più tardi – possa sostenere che avrebbe dovuto farne un altro”.

Strehler con copione in mano
(ph. Lelli Masotti)

Il senso dell’apocalisse

Infatti la storia va in tutt’altra direzione, quella che conosciamo, e si squaderna per le successive 400 pagine del libro. Fino alla stretta finale – la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1997 – che ripercorre, in un montaggio velocissimo, quasi in un filmato, il diffondersi della notizia della morte. Che coglie impreparati, increduli, atterriti, tutti i personaggi di quello spettacolo che è stata la vita di Giorgio Strehler.

Da Trieste aveva ereditato il senso dell’apocalisse e dell’angoscia, di un sentimento sempre sull’orlo del baratro” scrive Battocletti. Che è una visione estremista della città, ma adeguata al personaggio. “Strehler è la più grande contraddizione montata su due gambe che si possa immaginare. Per lui è impossibile non spendere superlativi assoluti, e molto spesso di segno opposto“.

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 18 aprile 2021]

STORIE – Quella sera a dicembre nel camerino di Milva

È passato quasi un mese dal post più recente di QuanteScene! Ne ho fatte mille, nel frattempo, direbbero i miei amici a Milano. Però nei teatri ne sono successe poche. E poche ne succederanno, se va avanti così. Altro che riapertura del 27 marzo. 

Pazienza. Abbiate pazienza. Esercitiamo la pazienza. È l’unico invito possibile. Così in questa domenica di passione e di pazienza (da domani precipito anch’io in zona rossa) mi sono deciso a postare un’altra storia per la miniserie degli Incontri con uomini (e donne) straordinari. Spero vi piaccia, almeno quanto vi sono piaciute i precedenti episodi dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Ingvar Kamprad

Sapete a chi tocca oggi? A lei…

Milva canta Brecht

Milva, la rossa

Perché oggi Milva? Perché stamattina in una bella puntata della rubrica che seguo ogni domenica su Facebook (la raccomando anche a voi: Il caffè di Bolzano 29) si parlava di Giorgio Strehler. Del centenario della nascita – il regista era nato a Trieste nel 1921 – e del segno che ha lasciato nel teatro italiano.

Fra i tanti ospiti, autorevoli, celebri, con tanti aneddoti da raccontare, mancava lei, Milva. Lei che con Strehler aveva stretto un sodalizio importante, e non solo: alla visibilità italiana di Bertolt Brecht, lei e la sua voce hanno contribuito quasi quanto Strehler.

Milva canta Brecht

Mancava quindi proprio lei, Milva, perché da qualche anno, chissà se per scelta o per necessità, questa indimenticabile signora dello spettacolo ha deciso di scomparire. Effetto ghosting, che rende ancor più affettuoso il suo ricordo, almeno a me.

Perciò mi sono rammentato del nostro ultimo incontro.

Giorgio Strehler e Milva
Giorgio Strehler e Milva, inizio anni ’70

Milva a Trieste, nel 2007

Ovviamente Strehler era il nostro punto di contatto. In quel 2007 cadeva il decennale dalla morte del regista e il Comune di Trieste, attraverso uno dei suoi più illuminati funzionari, Adriano Dugulin, mi aveva affidato l’ideazione e la cura di una manifestazione che lo ricordasse. Una mostra, un libro, diverse altre iniziative. Perfino un cocktail, intitolato Giorgio, e inventato da un famoso barman. Si combatte anche così l’angoscia della morte.

Si inaugurava allora anche il Fondo Giorgio Strehler, costituito dal lascito personale che Andrea Jonasson (dalla casa milanese di Strehler) e Mara Bugni (da quella di Lugano) avevano voluto donare alla città. Ne trovate notizia in questo articolo su Ateatro.

Tra le tante cose, avevo pensato fosse doveroso estendere l’invito ufficiale dell’amministrazione comunale, oltre che a Andrea Jonasson e a Mara Bugni, anche a Milva.

E perciò, in quella piovosa giornata di dicembre, nelle sale del Politeama Rossetti, apparve lei. Luminosa come un tramonto d’autunno. Rossi, i capelli. Rossa e perfettamente intonata, la pelliccia di volpe con cui fece un ingresso da regina nel foyer.

Cominciò poi a passare in rassegna le foto e i manifesti che il Teatro Stabile ed io avevamo preparato, molti dei quali erano dedicati a lei. E alla sua avventura brechtiana.

Non era la prima volta che la incontravo. Era capitato per esempio nei ristoranti del dopoteatro. Con quell’aria regale mi era apparsa, anni prima, una sera a Genova. Là si era appena conclusa la replica di uno spettacolo in cui interpretava Capitan Uncino (Capitan Uncino, credetemi). Subito dopo, già in pelliccia (nera, se non ricordo male), si era ritrovata nello stesso locale in cui cenavamo noi, giornalisti e operatori tv. Aveva voluto salutare chi aveva con lei più confidenza. E poi, con un gran sorriso, clamorosamente: “Questi amici al tavolo, sono miei ospiti“. Quando si dice, lo stile.

Milva, lo stile

Mina e Milva, per fare un esempio, sono state per lungo tempo i due poli vocali della canzone italiana. La prima sempre sperimentale (la sua estensione di voce, del resto, va dai registri del tenore a quelli del soprano). La seconda, contralto, alternativamente popolare (La filanda) o raffinata (nelle collaborazioni con Battiato, nelle canzoni dedicate a Alda Merini).

Al contrario di Mina, il contatto con il pubblico Milva lo ha sempre coltivato. Non si è arroccata, come l’altra, in qualche lontana Svizzera. E fino a poco tempo fa ha voluto raccontarsi ai giornali. “Trovo delle emozioni nella musica, in un’opera d’arte, nell’affetto profondo dei miei familiari e nelle persone che mi sono vicine, nei tortellini come li faceva mia madre… e nel dormire bene” ha detto nel 2019, prossima gli 80 anni, in un’intervista al Corriere.

E l’anno scorso, durante il lockdown, in alcune immagini emozionanti e incredibilmente tenere della clip di Dario Gay, ha scritto con le proprie mani un video-saluto a tutti gli amici (al minuto 4:18).

Soli in quel camerino

Però fu in quei giorno, dicembre 2007 a Trieste, che Milva svelò ai miei occhi il suo carattere di sovrana.

Le avevo proposto di leggere e registrare una lettera scritta a Strehler da lei stessa negli anni ’70, subito dopo la loro avventura brechtiana. Avrei fatto sentire quella voce nella stanza della mostra dove erano esposte molte lettere indirizzate al regista. Lei acconsentì.

La raggiunsi nel camerino del Politeama Rossetti. Seduti davanti allo specchio, le diedi i due fogli dell’originale e preparai il registratore Nagra che avevo portato come me. Era una lettera molto bella, scritta con cura, l’avevo letta e riletta più volte. In quelle due pagine ringraziava Giorgio e si augurava di poter tornare a lavorare con lui il più presto possibile. Tra le righe si leggeva chiara una affettuosa richiesta, una delicata supplica quasi. Le consegnai il microfono. Avviai la registrazione. 

Una regina non si inginocchia mai

Che lo dica Ecuba o Elisabetta II, è sempre di sovrane che si tratta. Così fece anche lei.

Cominciò a leggere e, proprio sotto i miei occhi o meglio le orecchie, modificò via via le parole e il tono della lettera. Sbalordito, non ci potevo credere. Lei imperturbabile, con voce suadente, come se in quel momento avesse davanti Giorgio, lei continuò a leggere inventando. Alla fine, il senso erano la stima e le congratulazioni di una grande artista a un altro un grande artista, più alcune frasi che vagamente lasciavano aperti orizzonti a una nuova collaborazione. Ma da pari a pari.

Uscii da quel camerino, senza dire una parola, sconcertato e anche ammirato dalla disinvoltura e da uno stile che mi risuona ancora dentro, quando sento uno degli Lp in cui interpreta Brecht. O quando rivedo qualche clip del Festival di Sanremo: ha partecipato a 15 edizioni, mica scherzi. Impegnata in molte occasioni, very pop in altre. Sempre fedele a se stessa.

Da allora, per me, Milva è sempre regina. Una regina rossa: per i capelli e per tante altre ragioni.

Milva canta ‘Alexanderplatz’ a Berlino Est, davanti alla Porta di Brandeburgo (1990)