Marco D’Agostin e Marta Ciappina. Contando gli anni e i limoni

“Che colpaccio, eh!” avevo scritto a Marco D’Agostin un attimo dopo che si era sparsa nel mondo la notizia del Nobel per la letteratura a Annie Ernaux.

Perché il titolo del lavoro che D’Agostin stava portando a termine – Gli anni – è lo stesso di un romanzo della scrittrice francese Nobel 2022. Oltre ad appartenere a un famoso brano di Max Pezzali per gli 883.

Ho visto Gli anni qualche sera fa, a Bologna, a tarda ora, tra le proposte bolognesi del Festival Vie.

Gli anni - Marco D'Agostin - Vie Festival Bologna 2022

Al libro più chiacchierato della scorsa settimana, Gli anni (quelli di D’Agostin) rubano una citazione (“La sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari…“). Alla canzone anni ’90 di Max Pezzali sottraggono qualche icona (il Real Madrid, Candy Candy…). A tutti gli effetti, però, Gli anni portati in scena da D’Agostin sono un romanzo di formazione. Dico romanzo sapendo bene che il Premio Ubu 2018 e la nomination 2021 gli erano stati attribuiti come miglior performer e coreografo. E non come narratore.

Contro la prepotenza del danzare

Ma il 35enne autore di Valdobbiaene ci ha abituati, nelle sue ultime creazioni, a districarci dagli obblighi della coreografia e dalla prepotenza del danzare. E da un bel po’ si libra leggero e singolare nel campo della memoria (la propria, prima di tutto, ma come vedremo anche quella altrui). 

Una sua lettera affettuosa a Nigel Charnok, leader dei DV8 – Physical Theatre, era la traccia lungo la quale si muoveva Best Regards (2020), che porgeva i saluti postumi a un maestro irruento e ipercinetico degli anni ’80. La rievocazione del suo primo amore (non una ragazzina, ma lo sci di fondo) dava invece il titolo a First love (2018). E letteralmente, una valanga di parole, in cinque lingue diverse, investiva gli spettatori di Avalanche, da lui portata in scena, sempre nel 2018, assieme alla portoghese Teresa Silva.

Marco D'Agostin - Best Regards- Ph Roberta Segata
Marco D’Agostin – Best Regards – Ph Roberta Segata

Stavolta non è D’Agostin a esporre in Gli anni, il proprio diario privato. È Marta Ciappina, perfomer altrettanto singolare. Che in questo solo racconta se stessa, provando a capire, assieme al pubblico, se “la propria storia e quella della propria famiglia, possano duettare con quella del genere umano“.

Proposito francamente ambizioso. Che affrontato però con ironia e giusta distanza dal vissuto produce i 50 minuti leggeri in cui D’Agostin – alle spalle, dal banco della regia – sorveglia che il diario della performer (biglietti d’amore adolescenziali, pellicole super8 di lei bambina, canzoni del cuore e ricordi famigliari) si metta in sintonia con il pubblico al quale viene chiesto di collaborare un po’. “Ditemi una vostra canzone“, chiede Ciappina a un certo punto agli spettatori, e ci saranno poi Spotify o YouTube a lanciarla in pista. 

Marta Ciappina - Gli anni - ph Andrea Macchia
Marta Ciappina – Gli anni – ph Andrea Macchia

Al ritmo dei limoni

Ma andiamo con ordine. Si comincia che lo spazio è quasi vuoto, solo un tavolo. Appare lei, magnetica Ciappina, con uno zainetto giallo. “Sono andata al mercato e ho comprato un limone, due limoni, tre limoni, quattro limoni….”

L’acquisto dei limoni (saranno subito 26, 27, 28… ) segnerà passo passo il ritmo all’azione. 104, 105, 106 limoni… Mentalmente, lei conterà fino a 1000 per regredire poi all’inverso: di nuovo fino a uno. Ma dallo zaino giallo, intanto, faranno capolino un paio di cuffie, anche loro gialle, un telefono giallo, due segnaposti gialli. E poi un cagnolino di porcellana, una tessera del Pci di Occhetto. Con la colonna sonora che infilerà, uno dopo l’altro la Vanoni di L’eternità, il De Gregori di Rimmel, la Bertè e la Pausini, i Bronski Beat, i boati degli anni di piombo, i radiogiornali d’epoca… È quello stile-catalogo, perfezionato da D’Agostin già in Best Regards

Lo asseconderà, lo doppierà, lo accompagnerà, e proverà a dargli un certificato di nostalgia collettiva, il movimento di Ciappina. Mai coreografico (“Qui è il momento in cui Marco mi raccomanda di essere meno seduttiva“), spesso allusivo e ironico (“Immensità, spalanca le tue braccia“), ancora più spesso dedicato a verbalizzare le posture del corpo (“La mia ascella si inarca come la cupola del Brunelleschi“).

Post-coreografico

È un movimento a tecnica libera, empatico, sganciato dalle maglie di un disegno minuziosamente preordinato. Viene spontaneo chiamarlo post-coreografico, così come a teatro si usa il termine post-drammatico, per indicare i lavori che si staccano dalle regole costruttive del Novecento. E provano a costruire un diverso orizzonte di invenzione (da parte degli artisti) e di percezione (da parte del pubblico). Cosa che nel settore contemporaneo della danza si riflette oramai in tanti lavori che si parlano l’un l’altro, perché assieme si parlano e collaborano anche i loro creatori: Marco D’Agostin, Marta Ciappina, Chiara Bersani, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, … una famiglia nel post-coreografico italiano.

Marta Ciappina
Marta Ciappina

E intanto siamo arrivati anche noi spettatori a contare alla rovescia gli ultimi limoni – … quattro, tre, due, uno – come in quel gioco infantile di cui protagonista è una Ciappina bambina, nel super8 di famiglia che chiude Gli anni.

Proprio come voleva Annie Ernaux nel suo romanzo, in cui protagonista è sì la scrittrice. Ma si parla sempre e comunque di noi, impersonale collettivo: “La sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari, su quello orizzontale tutto ciò che le è accaduto, ha visto, ha ascoltato in ogni istante, sul verticale soltanto qualche immagine, a sprofondare nella notte…“. Una notte di tutti, singola plurale, collettiva.

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GLI ANNI
di Marco D’Agostin
con Marta Ciappina
suono LSKA
luci Paolo Tizianel
produzione VAN
coproduzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e Fondazione CR Firenze, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Festival Aperto – Fondazione I Teatri, Tanzhaus nrw Düsseldorf, Snaporazverein, 

Visto al Festival Vie, Bologna, Arena del Sole

STORIE – Maria Grazia Gregori: ma per noi era Emmegigì

È stato appena pubblicato e verrà presentato presentato oggi 12 e domenica 16 novembre, durante Vie Festival a Bologna, il volume Summa critica. Il teatro di Maria Grazia Gregori, pubblicato da Ubulibri.

Il volume raccoglie una selezione degli articoli che la giornalista milanese ha scritto nel corso di una lunga carriera. Ma anche parecchi materiali biografici. Un ritratto al vivo di questa donna, che è stata punto di riferimento per il teatro italiano ed è scomparsa un anno e mezzo fa, nell’aprile 2021.

Summa Critica - Maria Grazia Gregori - Ubulibri

La signora del teatro

Al suo cognome da nubile e longobardo – Astolfi – ci teneva tantissimo. Ma erano altri tempi, e allora per tutti lei era Maria Grazia Gregori, firma molto stimata, e molto ambita, nel mondo del teatro. Ci teneva anche ad abbreviarsi in m.g.g., rigorosamente minuscolo, quando scriveva articoli più brevi.

Emmegigì, la chiamavamo perciò. E assieme a lei formavamo un bel gruppo di criticoni, una specie di compagnia di giro, sempre pronti a viaggiare, in macchina, in treno, inseguendo spettacoli in festival e teatri, per scriverne poi su riviste e giornali. Che allora erano solo di carta.

Dagli anni Settanta e fino al 2014, quando L’Unità cessò le pubblicazioni, Maria Grazia era la firma milanese di quel quotidiano, e con la scomparsa di Aggelo Savioli, la firma tout court. Avrebbe continuato poi in Rete – lei che dal digitale manteneva una sovrana distanza – sul sito Delteatro.it , invitata a scrivere là da Renato Palazzi.

In quella compagnia di giro, un gruppo per lo più affannato, spesso sbrindellato, con le valigie sempre in mano, lei era invece la Lady. Una signora vera. Per eleganza e autorevolezza. Per la determinazione con cui svolgeva il proprio lavoro e la puntualità che caratterizzava il suo modo di fare.

Non solo era puntuale: era sempre in anticipo. Nell’arrivare a teatro, certo, ma anche sui tempi. Una critica lungimirante, una Summa critica, come spiega, se letto per bene, il titolo del volume che le ha dedicato Ubulibri (a cura di Leonardo Mello, pp. 240, 18 euro).

Maria Grazia Gregori

Maria Grazia Gregori: quante storie!

Dentro di me porto un bagaglio di storie che riuscirebbero a comporre cento ritratti affettuosi e spiritosi di m.g.g. Ma nel volume è lei stessa raccontarsi in una lunga intervista nella quale delinea la propria storia, le amicizie, le passioni. Intervista che bisognerebbe leggere e rileggere, per recuperare immagini e motivi da un mondo giornalistico che non esiste più. Oppure esiste ancora.

Per esempio. Siamo all’inizio degli anni Settanta, la giovane Maria Grazia Gregori è alla sua prima intervista importante. Incontra Paolo Grassi, fondatore del Piccolo di Milano. “Lui rimase entusiasta – racconta lei a distanza di anni – e fece una telefonata a Claudio Petruccioli, che allora era il direttore della sezione milanese del giornale su cui avrei poi scritto per quarant’anni. Petruccioli mi disse: “Mi si dice che vorresti scrivere di teatro. Ma tu sai che non guadagneresti una lira?”.

Maria Grazia Gregori, Franco Quadri, Roberto De Monticelli negli anni ’70

Insomma, certe cose non sono granché cambiate da allora. Altre invece sì. Moltissime.

Siccome questo post si intitola STORIE, come gli altri della stessa serie, ci sarebbero divertenti episodi che abbiamo vissuto assieme e che vorrei rievocare. Certo non posso farlo per il più clamoroso fra tutti, visto che quella volta purtroppo non c’ero. Ma, nella nostra compagnia di giro, è stato ripetuto così tante volte che vale la pena ricostruirlo.

A Mosca, a Mosca…

Mosca, Unione Sovietica, 1989. Sono i mesi della perestrojka e manca poco al momento fatidico che cambierà le mappe dell’Europa. Grazie a un’iniziativa di Emmecinque, Eti e Unione degli Scrittori Sovietici, il nuovo teatro italiano è presente in una mostra allestita al teatro Taganka. Maria Grazia non può mancare, e con lei molti dei suoi colleghi.

Una sera, lei, il marito Italo Gregori, il mio amico Gianfranco e qualcun altro ancora, decidono di cenare in un ristorante del centro, scelto per il menù esclusivamente russo. Al momento di andarsene, viene loro presentato il conto. In dollari statunitensi. Maria Grazia si rifiuta. Giornalista dell’Unità, quotidiano ufficiale del PCI, lei esige di pagare in rubli: “Siamo in Unione Sovietica e la valuta sovietica è il rublo”.

Il cameriere fa un passo indietro e si mette a confabulare con il direttore del locale. Che arriva accigliato: “Qui non si accettano rubli”. Lei, piccata, ripete: “Siamo in Unione Sovietica e la valuta sovietica è il rublo”, e dalla borsa tira fuori un pacchetto di banconote, sovietiche. Che l’uomo prende in mano, appallottola rabbioso e lancia per aria, come se fossero carta straccia. Non va troppo lontano dalla verità, per dirla tutta, ma l’espressione del volto non lascia presagire alcunché di buono. Si è arrivati oramai all’alterco, però c’è anche il rischio che a breve spuntino le pistole. Così gli italiani se ne vanno, testa bassa e gambe levate, dopo aver pagato in dollari. Con Maria Grazia incazzata che per strada rimprovera tutti: “In rubli, in rubli, in rubli dovevamo pagare”.

Il rigore, l’ansia, l’abitudine

Era un esempio, tanto per far capire il carattere. Al rigore, comunque, Maria Grazia Gregori associava l’ansia e l’abitudine. Al binario del treno – un altro esempio – era sempre pronta un’ora prima. A dormire, o pranzo, o a cena, si andava solo nei posti di cui era sicura, riverita, affezionata cliente. Dal sopraffino Da Enzo, a Modena, per esempio, e all’hotel Canalgrande. E quando a Milano mi voleva far mangiare la milanese, non si poteva sfuggire a Rigolo a Brera.

La mia città, Trieste per lei era una specie di santuario, visto che c’era nato Giorgio Strehler, al primo posto, assieme a Luca Ronconi, tra i registi di cui lei si era instancabilmente occupata. E sui quali aveva scritto fiumi, oltre a un fondamentale volume: Il signore della scena (per Feltrinelli).

Il suo volume per Feltrinelli, dedicato al secolo della regia

È un caso, ma guarda il caso, che io sia nato nello stesso giorno in cui è nato Luca Ronconi (qualche decennio prima, eh!). Così un 8 marzo, Maria Grazia si è presentata a casa mia per festeggiare me e, a distanza, Ronconi. E ovviamente ha voluto anche rivisitare le ceneri di Strehler nel cimitero di Sant’Anna, che dista solo un centinaio di metri. 

Peccato che, nonostante marzo, fossimo ancora in pieno inverno, con un gelo e una bora che portava via le tegole. Ebbene, a quel pellegrinaggio, Maria Grazia non ha voluto in nessun modo rinunciare. E imbacuccati, assieme a Italo, come se fossimo al Polo Nord, siamo usciti a piedi per il doveroso tributo alla tomba di Strehler, suo artista d’affezione.

Fermi là, davanti al quella lastra grigia, non so se per la bora, o per l’affetto, c’erano sicuramente delle lacrime a solcarle il viso.

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Per ricordare lei e Renato

L’associazione Ubu per Franco Quadri e il festival Vie, dedicano a Maria Grazia Gregori e al suo collega Renato Palazzi due appuntamenti a Bologna: oggi mercoledì 12 ottobre e domenica 16 ottobre .

Summa Critica - Bologna 12 ottobre 16 ottobre 202

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Questo post fa parte della serie STORIE, i miei incontri con uomini e donne straordinari. Non è difficile trovare in QuanteScene! anche gli altri post, dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Milva, Ingvar Kamprad (mr Ikea, in altre parole), Eimuntas Nekrošius, il Living Theatre, … Basta cliccare.

L’onda lunga dei festival. Da Hystrio a Vie passando per la provincia

Di festival mi occupavo ai tempi del Patalogo. Me li aveva affibbiati Franco Quadri, che con Ubulibri pubblicava quell’annuario teatrale: il più importante strumento dell’editoria teatrale italiana, summa di tutto ciò che passava stagione dopo stagione sulle scene del nostro Paese, e non solo.

Come uno scolaretto, per ogni festival di teatro, nazionale o internazionale, compilavo ogni anno una scheda. Le informazioni e i titoli di maggior rilievo in quell’edizione, qualche fotografia, uno strillo di stampa. Li studiavo ad uno ad uno. Internet non esisteva ancora: era tutto lavoro fatto a mano, e a distanza.

Le Etiopiche -  Mattia Cason
Le Etiopiche, di Mattia Cason, uno degli spettacoli che ha debuttato a Hystrio Festival

Una parola, parecchi sensi

La distanza, in questo momento, è  quella che separa i festival di oggi da quelli di cui mi occupavo allora, anni ’80 e ’90.

Il termine è sempre lo stesso –  festival – ma del tutto cambiata è la loro funzione nel sistema teatrale. Certamente anche il loro senso.

Come si siano evoluti e trasformati è ben raccontato nei libri che Mimma Gallina ha pubblicato per FrancoAngeli (a cominciare dal pionieristico Organizzare teatro a livello internazionale). Dal ruolo storico di vetrine eccellenti (aspetto che dal dopoguerra in poi si conserva soprattutto in ambito centroeuropeo, in particolare nell’area di lingua tedesca), oggi i festival si impegnano direttamente nell’ideare, realizzare e portare a debutto gli spettacoli. Cosa che ne fa, in particolare in Italia, un fattore importante nel processo produttivo.   

Proprio a queste trasformazioni pensavo tornando da Milano, dopo quattro giorni a Hystrio Festival, festival neonato, quest’anno alla prima edizione. Un long weekend che mi ha ricuorato sulle sorti del teatro italiano più giovane.

Alle stesse trasformazioni mi riprometto di pensare tra qualche giorno. Quando in treno tornerò da Bologna dopo gli appuntamenti di Vie Festival, che di edizioni ne conta invece una trentina (è cominciato nel 1994 e si chiamava Le vie dei festival) ed è un punto di riferimento stabile dell’autunno teatrale italiano.

Simili ma diversi

Sono festival entrambi. Vie ha sempre avuto uno sguardo rivolto al panorama internazionale e ai grandi maestri. Hystrio Festival è ai primi vagiti, ma mostra un possibile forte respiro italiano e generazionale (nello specifico, guarda all’under 35).

Vie si squaderna per una decina di giorni in diverse località emiliane: si concentra a Bologna e Modena, ma approda anche in teatri più piccoli, a Cesena, a Vignola. Il supporto finanziario e organizzativo è quello  di uno tra i maggiori teatri nazionali, ERT Emilia Romagna Fondazione.

Vie Festival 2022

Il programma di Vie.

Hystrio Festival è un invece indipendente, slegato da realtà produttive, compatto, concentrato. Si è manifestato in un solo weekend, una ventina di eventi tutti ospitati nelle tre sale del milanese Teatro Elfo Puccini, alle quali va aggiunto l’affollato bistrot del pianoterra, cuore battente di incontri, saluti, chiacchiere, discussioni, idee. Relazioni umane che, oltre gli spettacoli, restano un elemento essenziale in ogni festival.

Il programma di Hystrio Festival.

Con la sua programmazione (affidata a una selector di grande esperienza internazionale, Barbara Regondi), Vie compete con gli altri festival italiani che nel corso del tempo hanno maturato questa missione ( la sezione DMT dal vivo della Biennale di Venezia, RomaEuropa, Contemporanea a Prato, Mittelfest…).

Ideato come espansione del Premio Hystrio, costruito pezzo per pezzo, collettivamente, dallo staff redazionale della rivista, la manifestazione milanese punta invece alla valorizzazione di una giovane generazione italiana che scrive il teatro (molti testi inediti sono stati verificati scenicamente grazie all’apporto dell’associazione Situazione Drammatica) e con le proprie forze lo realizza.

Lo staff di Hystrio Festival 2022
Lo staff di Hystrio Festival 2022

Plasticità

Modelli molto diversi quindi, che evidenziano la plasticità  di un’etichetta stabilmente inserita tra i punti cardine dei finanziamenti allo spettacolo dal vivo (ma ci sono voluti decenni), sia in ambito nazionale (FUS) sia locale (bandi regionali).

Anche se ministero e assessorati regionali non sempre si sono dimostrati capaci di una lettura puntuale di questa evoluzione. Lo dimostrano i casi recenti e penalizzati di manifestazioni come Terreni Creativi a Albenga, in Liguria, e Primavera dei teatri a Castrovillari, in Calabria. Casi per i quali la collocazione geografica (sono entrambi espressioni di una provincia culturale lontana dagli snodi forti di Lombardia e Emilia) rappresenta certo un punto di forza, ma al tempo stesso un tallone di debolezza finanziaria. Che solo una caparbia resistenza dei loro organizzatori, e alcuni sacrifici gravi, sono riusciti in qualche modo a rimediare.

Primavera dei teatri 2022

Il programma di Primavera dei Teatri a Catanzaro e Castrovillari

Sopravvivenza

Si può quindi essere quindi metropolitani oppure localizzati, tematizzati, panoramici, lauti o stringati. Ma decisiva resta la funzione che ogni festival svolge in alternativa alle programmazioni, sempre più standard, sempre più omologate, della stabilità teatrale e dei circuiti regionali. Incapaci, o più probabilmente impossibilitati dal rapporto con i propri pubblici, a stare dietro alla evoluzione del settore.

Terreni Creativi 2022

Il programma di Terreni Creativi ad Albenga

Evoluzione che, tuttavia, è la sola possibilità di sopravvivenza dentro la crescita generazionale dei nuovi italiani, che il teatro riesce a intercettare con grande difficoltà, con enormi sforzi. Un pubblico di ventenni e di trentenni: millennials che a teatro ci vanno a fatica, indifferenti o addirittura a disagio di fronte a un linguaggio per la gran parte novecentesco e obsoleto.

Di Hystrio Festival, potete leggere qui diversi resoconti: da KLP Teatro a PAC PaneAcquaCulture, da Gagarin Magazine a 2duerighe. Di Vie, che comincia il 7 ottobre, tornerò a parlare su QuanteScene! tra qualche settimane. A presto.

Vuoi vedere che Kant era un cantautore? Concorso Europeo della Canzone Filosofica

Si ispira chiaramente all’Eurofestival, il song contest internazionale che ogni anno registra tra i 100 e i 600 milioni di spettatori su radio, tv e rete. Ciò che cambia, nel Concorso Europeo della Canzone Filosofica, è un guizzo di humor e disincanto: gli autori delle canzoni sono tutti belle teste pensanti.

Concorso Europeo della Canzone Filosofica

Comincia oggi la serie degli spettacoli del Festival VIE 2020, che riserva un posto d’onore (questa sera, ore 21.00, Teatro Bonci di Cesena) al Concorso Europeo della Canzone Filosofica. Un’idea del performer italo-svizzero Massimo Furlan, uno che di brillanti idee, in 30 anni di carriera, ne ha avute parecchie. Tutte sorprendenti.

Stavolta Furlan strizza l’occhio a uno di quegli eventi mediatici che, dalla televisione alla rete, sono stati capaci di registrare i maggiori dati di ascolto. Da Gigliola Cinquetti agli Abba, a Conchita Wurst, pare che l’Eurofestival sia l’appuntamento (non sportivo) più seguito al mondo.

Les Italiens - Massimo Furlan
Les Italiens, altro progetto di Massimo Furlan, visto lo scorso anno a Napoli Festival

Vale la pena, ha pensato Furlan, catturare l’eco di tanta risonanza e approfittare del formato canzone per eseguire la celebre mossa del cavallo. 

Imitando l’astuto esempio del cavallo di Troia – dice – ho pensato di reintrodurre il pensiero e la riflessione filosofica nel cuore stesso dell’intrattenimento. Ho creato un oggetto musicale che è, al tempo stesso, totalmente credibile sotto il profilo degli standard della musica popolare (slow, latino, disco, rock, ballata…), ma restituisce anche importanza al pensiero nelle canzoni, per raggiungere la pubblica piazza e diffondersi“. 

Filosofi e/o parolieri

Perché a scrivere i testi delle canzoni sono stati alcuni tra i più autorevoli pensatori e filosofi contemporanei europei. Per l’Italia, l’onere di paroliera è toccato a Michela Marzano, docente di filosofia morale, saggista, politica. Insomma, una gran bella testa, che in uno uno stile pop, che non vuol dire populista, è stata chiamata con altri dieci colleghi filosofi a rimettere in gioco certe questioni cruciali, oggi.

Il Concorso è una trovata niente male perché – continua Furlan – “ solleva questioni legate all’identità, quella dei diversi paesi rappresentati e quella dell’Europa intesa come comunità, in un momento in cui quest’ultima è sempre più fragile e in discussione. E perché la questione della competizione coinvolge tutte le sfere del mondo contemporaneo: politica, sociale, economica, sportiva, culturale“.

Concorso Europeo della Canzone Filosofica

La giuria

Come ogni contest che si rispetti anche il Concorso Europeo della Canzone Filosofica prevede una giuria. Per chi non ne avesse abbastanza di giudici, dai talent show ai concorsi di cucina, ecco servita, per questa gara di pensieri, una giuria di riverita attitudine intellettuale.

Presieduta da Loredana Lipperini, comprende anche il filosofo Stefano Bonaga, la scrittrice Michela Murgia, il cantautore Daniele Silvestri e Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio3. Insomma, la crema.

Per VIE 2020, Massimo Furlan sarà affiancato sul palco, nel ruolo di presentatori, da una delle attrici più iconiche della scena italiana, Federica Fracassi. La quale è stata vista aggirarsi per Bologna, qualche giorno fa, alla ricerca di un abito degno di filosofie e canzoni. Pare che l’abbia trovato, firmato Antonio Marras.

Altri appuntamenti a Vie

Il Festival VIE 2020 proseguirà tra Modena, Bologna e altri centri emiliani fino al domenica 1 marzo. In questo primo weekend, il cartellone prevede anche altri spettacoli, alcuni al debutto, altri in prima nazionale, che si preannunciano meritevoli. Per esempio Architecture, ideato e realizzato da Pascal Rambert, con alcuni fra i più eccellenti nomi del teatro francese (come Emmanuelle Béart, Audrey Bonnet, Arthur Nauzyciel, Stanislas Nordey), in scena a Bologna. Oppure Chi ha ucciso mio padre, nuova produzione del duo Deflorian/Tagliarini per Francesco Alberici su un testo di Édouard Louis, in scena a Modena.

Sarà più ricco di appuntamenti ancora il secondo weekend, a proposito del quale QuanteScene! tornerà puntuale.

Vedi il programma completo di VIE 2020, a Modena, Bologna e altrove.

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Concorso Europeo della Canzone Filosofica

ideazione, regia e scenografia Massimo Furlan
ideazione e drammaturgia Claire de Ribaupierre
assistente Nina Negri
testi delle canzoni Jean Paul Van Bendegem (Belgio, regione fiamminga), Vinciane Despret (Belgio, regione vallone), Philippe Artières (Francia), Leon Engler (Germania), Michela Marzano (Italia), Kristupas Sabolius (Lituania), Ande Somby (Norvegia), José Bragança de Miranda (Portogallo), Mladen Dolar (Slovenia), Santiago Alba Rico (Spagna), Mondher Kilani (Svizzera)
composizioni musicali Monika Ballwein (direttore), Maïc Anthoine, Gwénolé Buord, Arno Cuendet, Davide De Vita, Lynn Maring, Bart Plugers, Karin Sever
direzione musicale Steve Grant, Mimmo Pisino
supervisione musicale e coordinamento HEMU – University of Music Lausanne: Laurence Desarzens, Thomas Dobler
con Davide De Vita, Dylan Monnard (voce), Dominique Hunziker, Lynn Maring, Mathieu Nuzzo, François Cuennet (tastiere), Arno Cuendet, Martin Burger (chitarra), Jocelin Lipp, Mimmo Pisino (basso), Hugo Dordor, Steve Grant (batteria)

presentatori Federica Fracassi, Massimo Furlan
giuria Loredana Lipperini (Presidente), Stefano Bonaga, Michela Murgia, Daniele Silvestri, Marino Sinibaldi

insegnante del movimento Anne Delahaye
luci e scene Antoine Friderici
creazione video Jérôme Vernez
costumi Severine Besson
trucco e parrucche Julie Monot
tecnica e costruzione scene Théâtre Vidy-Lausanne

produzione Numero23Prod. – Théâtre Vidy-Lausanne in collaborazione con i dipartimenti di musica contemporanea e jazz della Haute École de Musique de Lausanne
coproduzione MC93 – Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis, Bobigny – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Modène – Festival de Otoño, Madrid – NTGent, Gand – Théâtre national d’art dramatique de Lituanie, Vilnius -Rosendal Teater, Trondheim – Théâtre de Liège – Théâtre Mladinsko, Ljubljana – Comédie de Genève – Equilibre-Nuithonie, Fribourg – Les 2 Scènes, Scène nationale de Besançon – Teatro Nacional D. Maria II, Lisbonne – Teatro Municipal do Porto – Theater der Welt 2020, Düsseldorf
con il sostegno di Ville de Lausanne – État de Vaud – Pro Helvetia, Fondation Suisse pour la Culture – Loterie Romande – Fondation Leenaards – Pro Scientia et Arte – Fondation du Jubilé de la Mobilière

A Modena mi portano tante VIE. Comincia oggi il festival

Sono in treno e con me ho un biglietto per Modena. Tra quanti leggono questo blog, alcuni avranno già intuito il perché. Altri penseranno a un weekend di lambrusco. Certo non mancherà il vino. E nemmeno le tagliatelle. Ma a Modena vado soprattutto perché questa sera comincia Vie.

Vie è un festival di teatro (e anche di danza) che da molti anni rimane un punto di riferimento indispensabile per tutti coloro che – più curiosi di quanto offre il panorama italiano di teatro (e non è comunque poco) – vogliono tastare in anticipo il polso a ciò che si fa nel mondo.

Negli scorsi anni, a Modena e negli altri centri emiliani in cui Vie si svolge, mi è capitato di incontrare per la prima volta artisti e gruppi che solo più tardi avrei visto muoversi tra festival europei e stagioni di qualità. Qui ho assistito all’approdo italiano dell’argentino Claudio Tolcachir, che da allora mi ha sempre entusiasmato. A Vie ho visto il debutto in terra italiana di lavori di Angelica Liddell, Alvis Hermanis, Pascal Rambert, Alain Platel, Theodoros Terzopoulos, Krzysztof Warlikowski, Eimuntas Nekrosius. Mica poco. E per paradosso, è partita proprio da Vie la prima produzione importante di una performer delle mie parti, Marta Cuscunà, È bello vivere liberi.

Ecco perché provo un particolare affetto per i biglietti di treno con destinazione Modena.

Di nuovo, quest’anno, c’è che Vie ha cambiato periodo. Tradizionalmente collocato in autunno, da questa edizione – la 14esima – è invece più prossimo alla primavera, dura fino al 10 marzo, e raccoglie quindi un maggior numero di primizie teatrali.

Sapete perché ci vado proprio oggi? Perché da questa sera, al teatro Storchi, si parte con El bramido de Düsseldorf di Sergio Blanco.

Solo di recente ho letto alcune cose su Sergio Blanco. Prima non lo conoscevo. Ora qualcosa so. Che è uruguaiano di Montevideo. Che ha studiato e si è formato a Parigi alla Comédie Française. Che fa parte del gruppo di ricerca drammaturgica COMPLOT.

Alla ricerca di una sinagoga di Düsseldorf

E so anche qualcosa dello spettacolo che vedrò stasera. Ha a che fare con il “mostro di Düsseldorf“. Ma anche con la sceneggiatura di un film porno. E con la volontà del protagonista di convertirsi all’ebraismo. Circoncisione compresa. Un bel pasticcio, ma riassumendo: “I limiti dell’arte, la rappresentazione della sessualità, la ricerca di Dio”. Così dicono le note di regia di Blanco. Non potevo perdere l’occasione. 

El bramido de Düsseldorf

Ma non c’è solo il sudamericano Blanco che mi fa gola in questo weekend. A Bologna, all’Arena del Sole, una delle altre sedi dove si svolge Vie, sempre da stasera si può vedere all’opera un altro regista che mi sono messo da tempo a inseguire.

Nei bassifondi di Budapest

L’ungherese Kornél Mundruczó, 43 anni, è originario di un paesino che a pronunciarlo la bocca si accartoccia: Gödöllő. Mundruczó è soprattutto regista di cinema (43 premi e 30 nomination, tra le quali anche Cannes, Locarno, Chicago). A molti piacciono i suoi film (come il recente Una luna chiamata Europa) che parlano di migrazioni, diversità, discriminazioni, e spesso le ambientano nei bassifondi di una città non più aperta com’è la Budapest di oggi. Sempre da Budapest parte l’idea che il regista traduce stavolta a teatro, con il suo gruppo Proton, in Imitation of Life.

Oltre che il film di Douglas Sirk, il titolo rievoca un brutto crimine avvenuto nella capitale ungherese una decina di anni fa, episodio che il regista utilizza per rispondere alle domande chiave della sua poetica: “Siamo noi stessi a forgiare il nostro destino, oppure sono le nostre origini, i modi in cui siamo stati educati a pensare, a determinarlo?”. Un edificio fatiscente è il set di questo lavoro. Che qualcuno ha definito capolavoro. Aggiungendo: iper-realista.

Imitation of Life

Non si ferma qui il mio interesse per Vie 2019. Gia in questo weekend, è in programma un altro uruguaiano, Gabriel Calderón, con Ex – che esplodano gli attori. Debutta inoltre Menelao, testo dell’italiano Davide Carnevali reso prezioso e inquietante dalle figure e dai pupazzi del Teatrino del Giullare.

E altre attrazioni ancora promette il weekend successivo. Quando a tener banco saranno i belgi Berlin, il tedesco Falk Richter, il greco Dimitris Kourtakis, il debutto del nuovo spettacolo del gruppo italiano Kepler-452.

Bisognerà tornarci su in un altro post, che dite?