Due serve, una padrona, tanti oggetti. Veronica Cruciani rilegge Jean Genet

Da pochi giorni ha debuttato a Bologna una nuova produzione di Emilia Romagna Teatro FondazioneLe serve, scritto dall’autore francese nel 1947, il tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

A proposito di classici moderni

Diciamolo subito. Le serve di Jean Genet non è un classico. Nemmeno un classico del Novecento, come si usa dire a proposito di certi Brecht, Beckett oppure Pinter.

Invece – come aveva intuito il regista Massimo Castri mettendolo in scena, controvoglia, alla fine degli anni ’80 –  Le serve “sono un vuoto gioco di specchi, annebbiato da noiosi tourbillon erotico-masochistici”.

Vediamo di che si tratta. Due sorelle, cameriere al servizio di un ricca e sofisticata Signora, in sua assenza, giocano al gioco della serva e della padrona.

Frustrate e depresse come sono, la adorano, la invidiano, la odiano, vorrebbero vederla morta. E mentre la Signora è fuori di casa, approfittano dei suoi abiti, dei gioielli, dei belletti, inscenando spesso un privatissimo teatrino, in cui immaginano di assassinarla. 

All’improvviso però il campanello squilla, la Signora rientra, e si ritorna nella realtà. O quasi. Perché la volta che sembra la volta buona, quando provano a far fuori la Signora con una tisana avvelenata, il tentativo va a vuoto e le due si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Fedeli però all’insano copione, che da tempo si sono messe in testa, trangugeranno loro stesse il bibitone mortale. Forse.

copertina  Genet Les bonnes

“Una scrittura tronfia e datata – sbottava Massimo Castri – il prodotto di un autore enfatico e decadente, ripetitivo e ideologico”. Si capisce insomma che al regista toscano (scomparso dieci anni fa) Jean Genet stava sullo stomaco.

Perché allora metterlo in scena?

Perché Le serve offre al teatro la sontuosa parte di Madame, la Signora. Parte che permette ad attrici fuori dell’ordinario una prova al tempo stesso snob, eccentrica, salace.

Sarebbe stata perfetta per Paolo Poli, se avesse una volta tanto deciso di cimentarsi con testi non suoi. Come era stata perfetta per Copi, il romanziere, drammaturgo e fumettista argentino che arrivava in scena, giraffesco, caracollando su tacchi altissimi, in lontana regia di Mario Missiroli.

Copi nella parte di Madame  (1981)- Le serve - regia Mario Missiroli
Copi nella parte di Madame (1981) – Le serve, regia Mario Missiroli

Magari il severo filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre, vero e decisivo sponsor di Genet, non se la immaginava proprio così, alla Copi, alla Paolo Poli. Ma Madame è affare da uomini. Ed è stata spesso interpretata da uomini. Meritevoli della penna di un Arbasino.

Trio femminile

La pensa diversamente Veronica Cruciani, decisa a smentire, con un trio femminile, la solenne stroncatura artistica di Castri. Per Madame, la regista punta su Eva Robin’s, attrice che non si può dire manchi di originalità.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Con movimenti, intonazioni, atteggiamenti che ricordano vagamente Poli o anche Copi (di cui è stata spesso interprete), fornita di un lussureggiante guardaroba, da stilisti parigini, Robin’s fa il suo ingresso in scena spinta su una cassa di trovarobato teatrale, cilindro in testa, stola di pelliccia, cangiante abito azzurro. Alla Marlene. Insomma Madame si addice a Robin’s. Scelta azzeccata.

Anche le parti delle due Serve esercitano un fascino perverso. Se le sono contese fior di attrici. Basti ricordare che, in Italia, se ne erano impossessate Piera degli Esposti, Adriana Asti, Manuela Kustermann, Franca Valeri, Lucilla Morlacchi, Anna Bonaiuto. Per dirne solo alcune, passate alla storia.

Serve che parlano, spolverano poco 

In questo caso Matilde Vigna e Beatrice Vecchione svolgono il loro compito in modo adeguato. Spolverano poco, recitano molto. Senza però portare fino in fondo un suggerimento che mi sembra di poter leggere nella regia di Cruciani.

Viene messa da parte la chiave novecentesca con i conflitti di classe (e di genere, di etnia, di status sociale, di minoranza) che Jean Genet, sempre molto annebbiato, misturava puntando di volta la propria attenzione sui negri, sui maghrebini, oppure ladri, o detenuti, o marinai, come il sopravvalutato Querelle. E mi sembra che invece traspaia, e si addica di più ai nostri tempi, qualcosa del thriller

Un giallo criminale, che muovendo le mosse da quella tisana al veleno, per indizi, a ritroso, si incarica di svelare attraverso una – questa sì, originale – rivolta degli oggetti, il criminoso disegno delle due domestiche piene di invidia. Che Cruciani veste peraltro alla maniera delle gemelline di Shining.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Gli oggetti chiacchierano

Un guanto di gomma da cucina, una cornetta del telefono mal collocata, una sveglia dimenticata fuori posto, tracce di fard sul volto, una chiave rivelatrice, la calligrafia delle lettere anonime, fanno il resto. Le cose parlano, chiacchierano, sventano i piani, spiattellano i segreti, puntano il dito sulle due scellerate.

E le costringono all’ennesimo teatrino in cui, riconoscendosi colpevoli, si consegneranno ai gendarmi e/o berranno loro stesse il veleno. Nemmeno fossero Socrate. E sono invece due poveracce, fuori della realtà, oltre che di testa, sempre alle prese con il proprio delirio. Rito o cerimonia, come noiosamente si ripete a proposito di questo testo.

Che però merita non una nota sola, ma due

Scritto da Genet nel 1947 Le serve (Les bonnes) prende lo spunto da un caso criminale realmente accaduto a Les Mans, negli anni ’30. Riporta Wikipedia, sulle tracce del quotidiano Paris-Soir dell’epoca:

Due sorelle di nome Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni, a servizio da almeno 4 anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono madre e figlia. Lo fecero con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con accanimento. Commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice non fornirono alcun motivo comprensibile del loro atto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividerne interamente la responsabilità”.

Le sorelle Christine e Léa Papin  il 2 febbraio del 1933 massacrarono orribilmente la signora Lancelin e la giovane figlia
Le sorelle Papin

Questo sì è molto avvincente, something thrilling. Se ne erano occupati nientemeno che Jacques Lacan e Cesare Musatti, psicoanalisti eccellenti.

Inoltre, nelle sue note, intitolate Come recitare Le Serve, oltre alla solita opzione maschile, e sconsigliando ogni forma di realismo, Genet prescrive: ”Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate di...”.

E qui mi fermo, perché educazione vuole. Ma voi potete facilmente leggere il seguito. Basta googlare.

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LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna
scene Paola Villani
costumi Erika Carretta
movement coach Marta Ciappina
produzione CMC-Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
in tournée

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